I dubbi nati dal Working Capital

Due giorni fa son stato al Working Capital di Milano.

Ne ho approfittato per prendere la maglietta, scroccare il buffet (a parziale copertura di quando pagavo a TI una cifra impossibile per una CDN a 64K e 16 linee telefoniche…), e anche per conoscere un pò meglio questa idea di Telecom Italia che si pone l’obiettivo di sostenere l’innovazione / i giovani innovatori e le nuove iniziative imprenditoriali sul web.

Ho capito alcuni meccanismi (grazie anche ad alcuni ottimi interventi; fra questi mi hanno impressionato quelli di Giulio Cesareo (con un keynote dal titolo “L’importanza del lavoro di gruppo, come si costruisce un team di successo” e del “folletto” Gianluca Dettori), ma mi sono rimasti un paio di dubbi:

Elevator Pitch: in 3 minuti devi riuscire a presentare il tuo progetto al pubblico e (soprattutto) ai potenziali investitori, i quali porranno domande per altri 3 minuti.

Buona l’idea, che rende veloci e divertenti le presentazioni, peccato che nessuno riesca a stare nei tempi: forse per l’emozione di trovarsi davanti a tanta gente, forse perchè ben pochi, nella loro vita, han fatto altri speech in pubblico, forse (anzi, soprattutto) perchè la bontà della maggior parte dei progetti non può essere spiegata in 180 secondi, sta di fatto che quasi nessuno ce la fa.

Finita la presentazione, si passa al gioco del “tiro al bersaglio” 🙂 : i potenziali investitori iniziano con domande atte a “smontare” la bontà del progetto, cercando di mettere in seria difficoltà lo speaker… e spesso ci riescono. Il giovane anchorman se ne scende dal palco un po’ rintronato e con le pive nel sacco.

Il mio dubbio: posso concordare con l’idea dell’importanza del no, che dovrebbe spronare a far meglio, a tornare con nuove idee, meglio sviluppate, e nuovi progetti, più strutturati e (almeno sulla carta) profittevoli. Ma non posso credere che la bontà di certi modelli possa essere esposta, e soprattutto compresa, da chi ci deve mettere dei soldi, in soli 3 minuti.

Immaginiamo, ad esempio, che Twitter non esista. Viene illustrato in un elevator pitch di 180 secondi: “Ehm, è un sistema per mandare dei messaggini via web, ma più corti degli SMS… solo 140 caratteri. Posso renderli pubblici (tutti possono leggerli) o privati.”

Mi vedo provenire dal finanziatore di turno domande del tipo: “Ma quanti utenti pensate di fare?” Risposta: “Mah, 50 milioni in un 2-3 anni”. Altra domanda: “Qual’è il modello di business, come monetizza?”. Risposta: “Beh, in realtà non ci abbiamo pensato, probabilmente banner e servizi premium…”

Puoi immaginare che “impallinata” avrebbe preso Twitter in una occasione del genere 🙂 : e invece ha raccolto 5 milioni di dollari nel 2007, e altri 150 nei successivi 2 anni.

Vecchi vs. Giovani: Working Capital è un progetto rivolto ai giovani. Sul sito leggo che vuole aiutare “la crescita di una nuova, giovane, generazione di imprenditori italiani”, e anche che si rivolge “in particolare a studenti, ricercatori, giovani imprenditori, early adopters”. E in effetti di under 25 ne ho visti parecchi.

Il mio dubbio: peccato che questa logica si scontri con quella dell’elevato know-how e del team competente e presentabile, del quale parlano spesso i vari venture capitalist. Non voglio dire che il giovane è per forza ignorante/incompetente, ma credo (e qui mi aspetto qualche insulto 😀 ) sia assai improbabile che un 20-25enne studente o neolaurato italiano possa tirar fuori la nuova Facebook o la nuova tecnologia disruptive che tanto cercano gli investitori. Non perchè non creda nelle potenzialità dei giovani d’oggi (ci mancherebbe), ma perchè, essendoci passato, mi rendo conto che certe cose, certe vision, possono venire fuori solo con anni e anni di lavoro e confronto, stando quotidianamente sul pezzo. Quando partii a 26 anni con la mia startup (un nodo Internet) non ci capivo francamente una mazza, e solo sbattendo il muso su certi problemi e certe realtà ho compreso (dopo qualche anno) come girava il fumo, e come certe fantastiche idee non sono poi così fantastiche agli occhi del cliente o del mercato.

Se qualcuno vuole fugare i miei dubbi, si accomodi pure nei commenti 🙂

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35 Comments

  • Per questo non investo tempo e risorse a sperare che qualche mia idea sia finanziata da qualcuno che, non per colpa sua, non può afferrarne il valore a medio/lungo termine.

  • L’esempio che hai portato di Twitter calza alla perfezione. 3 minuti per presentare una nuova idea imprenditoriale mi sembra veramente una presa in giro. Come si fa a spiegare (e dall’altra parte comprendere) le caratteristiche, lo sviluppo di un progetto, il business plan, etc.. etc.. in cosi poco tempo.
    Credo che questa iniziativa (e altre simili a questa) abbia solo un altro aspetto: quello di visibilità mediatica a favore di Telecom che l’ha organizzata!

  • Credo che non investirei mai il mio denaro in un progetto spiegato in 3 minuti!

  • Avevo già espresso dubbi su questa iniziativa, non mi ricordo se qui o altrove, e sostanzialmente concordo.

    Comunque la ritengo utile, non tanto per trovare finanziamenti, ma perché è quasi un barcamp è quindi per me un momento di “formazione” e stimolo: facendo sbattere l’una contro l’altra delle idee ne possono nascere di nuove.

    Vorrei spezzare una lancia in favore dei giovani.

    Quando ho cominciato sul web, ero ignorantissimo ma avevo una mente flessibile sgombra da costrutti mentali dettati dall’esperienza del tipo “questa cosa si fa così punto e basta”, a volte l’innovazione sta proprio nel fare quella stessa cosa in maniera diversa.

    Inoltre non avevo alcuno “status quo” da mantenere.

    Mi ricordo su un libro delle medie la foto di un vecchio manifesto del partito comunista che recitava circa: “non abbiamo niente da perdere se non le catene”. Uno slogan secondo me potentissimo.

    Il “non ho niente da perdere” ora che la mia attività è ben avviata non posso più dirlo, e anche questo inevitabilmente mi limita.

    Infatti, chi ha creato grandi aziende su Internet, lo ha fatto da giovane.

  • Ciao Taglia, ti seguo spesso ed è la prima volta che faccio un post, perchè mi sento di avallare la tua tesi, solo grazie ad una lunga e costante esperienza sul campo si ottengono i risultati. Anch’io mi ero avvicinato inizialmente al WC, ma dopo essermi informato un po ho desistito……..
    anche se non ero a conoscenza dei 3 minuti per illustrare il progetto, che francamente, reputo insignificanti ed inutili da parte dei PROFESSORI per la valutazione finale.
    a presto.

  • Purtroppo mi sono perso questo evento, mi sarebbe piaciuto esserci.

    Secondo me gli elevator pitch sono estremamente importanti: se riesci a presentare la tua idea in 180 secondi (o in una frase da mettere su un biglietto da visita) penso sia un segno che l’idea è stata adeguatamente elaborata e può quindi funzionare.

    Certo: in 180 secondi non si possono spiegare le implicazioni e i dettagli, ma penso che anche Twitter possa essere spiegato come un social network dove gli utenti si dicono reciprocamente Cosa stanno facendo scambiando i messaggi in real time via cellulare, instant messenger o interfaccia web (più o meno era questo al lancio no?), mentre il modello di business di twitter non l’ho ancora capito adesso 🙂

    Sull’età non lo so: se negli altri paesi 20-25enni tirano fuori delle ottime idee non vedo perché questo non potrebbe succedere anche in italia.

    Una ottima idea può arrivare, secondo me, anche da una persona inesperta in un determinato settore a patto che questa persona poi lavori con degli esperti per concretizzarla.

  • Mik mi ha fatto riflettere su un aspetto che non avevo considerato. E’ vero che le presentazioni dura 3 secondi ma è anche vero che i più “svelti” avranno la possibilità di relazionarsi e conoscere gente importante anche in momenti “non ufficilai”. Quindi potrebbe comunque rivelarsi un’occasione e qualcuno potrebbe trarre opportunità dalle relazioni dirette con gli investitori. Forse è questa la cosa che sfugge a molti… forse in 3 secondi è meglio rendersi piacevole che raccontare il proprio progetto 🙂

  • oppure semplicemnte incuriosire…. per incuoriosire basta anche un minuto 😀

  • @Alessandro Sportelli
    Ora che l’ex country manager di Google Italia ha deciso di creare una società di venture capital a Milano hai qualche speranza in più.

    A chiunque fosse interessato all’argomento “venture capital” e “startup” consiglio di leggere gli articoli di Paul Graham, uno fondatori di Y Combinator.

  • Taglia ho fatto casino tra secondi e minuti ehhe… chiedo scusa

  • di sicuro è una buona opportunità per scontrarsi con la realtà…. se si chiude questo portone lo spritito per sfondare tante porte più di piccole sarà sicuramente più positivo e deciso.
    Infondo perseverare e credere in quello che si sta facendo è la chiave del successo…. se poi viene finanziato …tanto meglio!

  • Dirò la mia, considerando che per lavoro ho dovuto ascoltare e valutare degli ‘elevator pitch’. Certo viene dato pochissimo tempo, ma lo scopo è quello di “costringere” colui che presenta a focalizzare gli aspetti principali della propria idea di azienda che sono fondamentalmente due: che problema affronto e come lo risolvo. Bastano davvero 60 secondi. In questa fase nemmeno il modello di business interessa (in ambito web 2.0 poi sono 4 o 5 i più adatti, non si sfugge), per quello c’è il business plan. Mettila così: l’elevator pitch deve incuriosirmi abbastanza per farmi aprire e leggere il business plan. In Italia (direi in Europa) non siamo abituati a questo tipo di presentazione purtroppo.

  • Secondo me ogni idea dovrebbe essere sviluppa, perche’ alla fine basta crederci nelle cose perche’ riescano e anche bene… Certo con dei finanziamenti riuscirebbero ancora meglio, ma chi non risica non rosica 🙂

    Io non andrei mai a esporre una mia idea lì, semplicemente per la “Paura” che mi freghino l’idea.. Anche se teoricamente tutte le idee proposte son soggette a una forma di copyright.. Mah !!!

  • Questo approccio serve solo per ammazzare le idee, non ha senso far fare presentazioni di 3 minuti con gli investitori che ti smontano in altri 3 minuti tutto il lavoro. I tre quarti dei progetti rivoluzionari del mondo di Internet, compreso google, sarebbero stati bocciati se a questi ragazzetti smanettoni e dalle mille idee fosse stato chiesto “Su che modello di business volete basarvi? Come pensate di tirar su i soldi.”
    I grandi progetti non partono da questa domanda e un investitore se vuole fare veramente l’investitore non può chiedere anticipatamente garanzie sui risultati ma deve sposare lo sviluppo dell’idea, è ovvio che in prospettiva ognuno vuole ritorni dai propri investimenti, ma se il punto di partenza sono i ritorni economici solitamente si finisce con molte delle migliori idee lasciate lì a morire, solo perché non fanno soldi facili e subito. Le banche in Italia si comportano nello stesso modo, chiedi un prestito per una nuova attività imprenditoriale? La prima cosa che vogliono sono le garanzie, cioè qualche immobile o riserva di denaro da potersi prendere nel caso fallissi. Investire in questo modo lo sa fare chiunque, il futuro non si costruisce però così, discorso analogo ad esempio per le riforme strutturali in Italia, di cui periodicamente ogni schieramento parla e che poi nessuno attua perché una riforma strutturale non porta benefici subito e nemmeno in prospettiva si ha la certezza perché potrebbero entrare in gioco altri fattori che magari renderebbero ininfluente quell’intervento, però ci si dimentica che quando un progetto di ampio respiro funziona, in quel caso si porta dietro non solo un progetto ma a catena un mondo che tende ad allargarsi.

  • e comunque almeno qualcosa si muove, non buttiamo via tutto, se fossi un investitore però forse scandaglierei le università e Internet per andarmi a cercare direttamente le idee su cui investire

  • e le persone…nel senso che oltre che sull’idea s’investe sulla persona, senza minacce celate sotto la forma delle garanzie che può dare quella persona

  • Concordo sull’incapacità generalizzata degli Italiani di stare nei tempi dati, spesso ho l’impressione che lo speaker non abbia ripetuto ad alta voce la presentazione neppure una volta, con conseguenze spesso disastrose.

    All’estero, soprattutto nei paesi Anglosassoni e Nordici, tendono fin da piccoli ad abituare a parlare in pubblico e fare relazioni, con evidenti risultati finali.

    Detto questo va sottolineato che l’elevator pitch, che dovrebbe essere di 90 secondi (ascensori che impiegano tre minuti a salire ce ne sono pochini), serve non per raccontare idea, soldi, go to market, ecc. ma semplicemente per mostrare che c’è un enorme problema/opportunità e ingolosire l’audience a saperne di più dando qualche dettaglio del cosa e come si intende fare.

    Sul tema dell’età concordo parzialmente, il citato Facebook è stato sfornato da un ragazzo brufoloso che si è poi avvalso di professionisti una volta che il progetto è decollato, ma l’input è stato suo. Del resto il grande manager/CEO spesso non è tanto colui esperto di qualcosa, quando colui che sa vedere l’opportunità e mettere insieme le persone giuste per coglierla.

  • @Daniele: è un approccio sbagliato il tuo. L’idea può essere rubata anche dopo che tu l’abbia realizzata: Google non è il primo motore di ricerca nato sul web, ha migliorato quelli che già erano disponibili. Invece parlarne in pubblico sancisce una sorta di paternità alla tua idea! Considera poi che qualora tu avessi un’idea incredibilmente rivoluzionaria e che nessuno ha mai avuto, la prima cosa da chiedersi è “ma se nessuno ci ha pensato prima è perchè sono un genio o perchè forse l’idea non è così rivoluzionaria come penso?”, parlarne ti aiuta a capirlo.

    @Nico Guzzi: se in tre minuti ti si smonta l’idea, forse non è una buona idea. L’idea che Google sia in mano agli smanettoni, credimi è falsa: lì è tutto votato al business. Pensano solo a quello e fanno bene nell’ottica dell’azienda. Gli investori non sono tuoi amici, sono persone che investono denaro in progetti apparentemente folli (per la gente comune intendo non per loro o per chi lo conduce) per averne alti ritorni economici. Se vuoi fare azienda il punto di arrivo è il ritorno economico, altrimenti fai no-profit (che comunque deve avere un minimo di ritorno economico per ripagare le spese); ad una presentazione come il working capital non si dovrebbero esporre idee ancora in fase embrionale, ma business plan, se dal business plan non si ricavano dati sulla possibile convenienza economica dell’impresa non si dovrebbe nemmeno cominciare a parlare. d’altra parte le idee buone non vengono certo ammazzate: Youtube, Twitter e Facebook che non hanno subito trovato un modello di business hanno ricevuto enormi capitali, ma erano davvero idee rivoluzionarie.

  • A me non dispiacciono tanto i 3 minuti, dopotutto è un processo piramidale: se riesci a suscitare interesse nei tre minuti, poi magari avrai un’ora in un contesto più ristretto, e così via. Non è il migliore dei modi possibili, ma forse è l’unico che si concilia coi tempi dei VC.

    Mi disturba più che altro l’aspetto “spettacolare” da “performance pubblica” proprio di WC, e l’attitudine da “tiro al piattello” degli investitori.

    Sono del parere che un atteggiamento negativo possa affossare anche la migliore delle idee, ed è calzantissimo l’esempio di Tagliaerbe su Twitter. Ecco, non vorrei che l’esigenza di fare presto, rendesse molto probabile l’ipotesi di soprassedere su idee potenzialmente dirompenti.

    In effetti una domanda che volevo fare, dopo aver sentito un migliaio circa di errori tipici da evitare per il proponente, è: quali sono gli errori che deve evitare il venture, per non rischiare di farsi sfuggire la nuova facebook (ammesso che in un paio d’anni non faccia la stessa fine di second life 🙂 )?

  • @ Daniele
    Sai benissimo che una buona idea, senza un imprenditore che sappia eseguirla, vale poco. Tu vai lì a presentare l’idea ma – almeno in teoria – presentandola fai capire anche quanto saresti tu bravo a portarla a compimento. Ed è forse questo secondo fattore che, più dell’idea in sé, contribuisce alle tue chance di successo.

  • L’elevator pitch mi ricorda il mio vecchio capo.
    Avevamo una riunione giornaliera su un progetto delicato in sviluppo ed ogni partecipante doveva ogni giorno relazionare sulle news.
    L’obiettivo era quello di esporre in breve tempo in modo convincente le proprie idee (il tempo del viaggio in un ascensore con il capo).
    Logico che poi non tutto si giudicava da quei pochi minuti di esposizione!!!
    Ma serviva per focalizzare l’attenzione sulle parti più interessanti.

    Per tornare sul secondo punto: la storia nel settore informatico spesso si sviluppa nei soliti canoni: dal garage, dall’università con idee vincenti ben precise e volontà dritti fino alla borsa. Quindi perchè non dar fiducia ai giovani?

    Il vero problema (giovani o non giovani) è avere idee nuove e precise in testa….Io le cerco da una vita ma di brillanti proprio non me ne vengono 🙂

  • …purtroppo siamo un paese “a responsabilità limitata”, tutti i grandi imprenditori di successo sono partiti come PMI, ovvero maniche rimboccate, sudore della fronte e auto-flagellazioni in banca per un castelletto. Con un socio al 50% che è lo Stato.

    Bella l’iniziativa, spero che abbia sucesso… avere un prestito presentando un solido business plan anziché l’ipoteca su casa della nonna non ha prezzo.

    Ma se sono uno smanettone brufoloso, e a casa al massimo ho uno zio che ha fatto i soldi vendendo elastici per mutande, da chi vado per farmi fare un business plan che sopravviva più di 3 minuti?
    Una delle risposte forse proviene da Bing…

  • Concordo con Nico Guzzi: il problema non sono i 3 minuti e nemmeno i giovani “incompetenti”…il problema è l’Italia come sistema paese…alzi la mano chi crede veramente in cuor suo che in Italia progetti come eBay, Google, Facebook, Youtube, Twitter avrebbero raccolto 1 euro da investitori e banche…

    Le banche prestano soldi solo alle grandi aziende, tanto meglio se in regime di monopolio e che NON possono fallire e NON falliranno mai…le banche non investono sulle idee, in Italia nessuno lo fa.

    Il Venture Capital in Italia non esiste o meglio…esiste solo per i soliti noti.

    E poi mi verrebbe da aggiungere che “Telecom Italia – Innovazione” e “Telecom Italia – nuove iniziative imprenditoriali” sono 2 ossimori che non possono stare nella stessa frase/post. 😉

  • x nicola
    L’investitore vuol fare soldi, è ovvio, non sarebbe investitore, ma in Italia chi investe vuole la sicurezza del ritorno. Negli Stati Uniti nascono e muoiono quotidianamente società, in Italia c’è una mortalità bassissima (tranne in questi ultimi due anni a causa della crisi) e di contro le iniziative imprenditoriali si riducono drasticamente. Da noi chi ha i soldi non ama il rischio oltre una certa soglia, per cui ad esclusione delle banche (che poi i prestiti non li erogano) difficilmente si trovano fondi per sviluppare nuovi progetti.

    Riprendo la frase “se dal business plan non si ricavano dati sulla possibile convenienza economica dell’impresa non si dovrebbe nemmeno cominciare a parlare” questo approccio (peraltro impeccabile) è di qualcuno che ha risorse limitate e non vuole rischiare.
    La Silicon Valley però non funziona così, ogni anno vengono finanziati tantissimi progetti che poi vanno a morire, da migliaia di progetti poi esce quello rivoluzionario ed quello che tiene su la baracca.
    Purtroppo è tutto un altro sistema e in Italia non esiste una rete economica di questo tipo da cui pescare.

    E a proposito di questo funzionamento consiglio di leggere l’intervista su Wired di Lorenzo Thione, il principale creatore di Bing, la sua storia fa capire come ci sono diversi passaggi che l’hanno portato a Bing che in Italia mancano, a partire dalla borsa di studio che l’ha portato negli Stati Uniti. La trovi qui http://www.wired.it/magazine/archivio/2009/09/storie/the-big-bing.aspx

  • riporto da quell’articolo “Ricordo che ci concedevano 90 secondi: 90 secondi per convincerli” per cui il paradigma di Telecom è stato ereditato proprio dagli USA.
    Telecom tenta quindi di applicare lo stesso sistema, vedremo se effettivamente metterà soldi su qualcosa. Resta il problema dei diversi elementi mancanti nel mercato italiano, ricerca, pochi legami tra università e tessuto economico, insomma soldi investiti sul futuro, pubblici e privati, per questo il discorso è anche politico e culturale.

  • Ciao,
    io ho 19 anni è sò quanto è difficile sviluppare progetti, ma credo che se uno ha davvero l’idea, tre minuti sono anche troppi, se poi è interessante si approfondisce.

    In Italia, mancano semplicemente le occasioni dove incontrarsi, dove sviluppare nuove idee e progetti prima tra i giovani e poi con i finanziatori. Non sono mai stato nelle università americane, ma immagino che sia molto più facile incontrare persone con cui creare nuovi progetti, guardiamo a FB, GOOGLE e moltissime altre, sono tutte partite da ragazzi che si mettono insieme, in Italia dove ci si incontra? Internet è troppo vasto… Poi i soldi e tutto il resto arriva…

    Davide

  • @Nico Guzzi: Confondi problematiche che stanno su piani diversi, a mio modo di vedere. “in Italia chi investe vuole la sicurezza del ritorno” e ci mancherebbe altro! La sicurezza del ritorno la vorrebbe anche l’imprenditore, figurati l’investitore. Qui però temo si confondano due cose: l’attivo e il ritorno; solo uno stupido vorrebbe garantito un attivo nei primissimi anni di vita e gli investitori (generalmente ;D) non sono stupidi, ma la creazione di un sistema virtuso che a seguito della produzione e della vendita di un bene crea un utile è alla base dell’idea stessa di impresa ed è il minimo che si possa pretendere. Il business plan (ben fatto) dirà se la tua idea è realizzabile e in quanto tempo andrai in attivo. Ti sembrerà folle ma ho ascoltato personalmente persone che non si ponevano nemmeno il problema. A dirla tutta negli Stati Uniti la situazione è peggiore: lì i VC pretendono (a fronte di investimenti copiosi) ritorni minimi dal 50-60% a salire oltre al controllo della società! Il fatto che ci siano diverse imprese che nascono e muoiono non è dovuto ad una maggiore visione degli investitori (il discorso è molto complesso semplifico per necessità), quanto ad un regime fiscale migliore per chi vuol fare impresa; è quello il vero problema in Italia: prova ad aprire una partita IVA e conta le tasse che devi pagare senza neppure avere cominciato e poi ne parliamo. E’ vero che le banche italiane non investono, o se lo fanno vogliono ampie garanzie, ma per contro i tuoi soldi sul loro contocorrente sono garantiti per legge e ciò è possibile grazie ad investimenti ultrasicuri; è il rovescio della medaglia. Un business plan è un progetto ne più ne meno. Se mi commissionassi il progetto della tua casa e ti accorgessi che verificati i calcoli statici la casa non sta in piedi ritengo che quantomeno mi definiresti un progettista scarso. Il business plan è il progetto di una impresa: serve più a te imprenditore che a me investitore. A me investitore in fondo, capita l’idea di impresa basta sapere quanti soldi ti servono e che ritorni avrò: più è rischiosa l’idea maggiori dovranno essere i ritorni. A te impresa invece serve per capire se l’idea è ben sviluppata. Se il business plan non funziona non significa necessariamente che l’idea sia cattiva, anzi hai una verifica in corso d’opera che ti permette di ritornare indietro e aggiustare qulle parti che ti penalizzano. Pretendere un business plan funzionante non è un non volere rischiare è pretendere di scommettere su qualcosa che abbia senso. Purtroppo in Italia sembra quasi che chiedere ad una persona che vuole fare impresa, se la sua idea genera profitti, sia moralmente scorretto (!). E’ vero l’esatto contrario: un imprenditore ha il dovere etico di creare imprese che siano in grado di generare utili, soprattutto nei confronti degli operai e collaboratori che lavorano per lui.

  • Ciao Davide, anche io ero presente mercoledi. Concordo con te che forse 3 minuti sono pochi per far capire alcune applicazioni molto complesse i loro piani di business e tanto tanto altro, aggiungo anche che nessun progetto mi ha stregato. Telecom desiderava secondo me applicazioni già avviate e almeno in fase beta da visionare e dove investire a “titolo sicuro”. Purtroppo siamo lontani ancora dagli standard americani.

  • Wooooow Davide!!! Passavo giusto di qui per una veloce visita e quando ho visto la foto del tuo Pass con il cordoncino di Telecom Italia… bhè… è stato più forte di me!!!

    Quale occasione migliore di approfondire la tua frase: “questa idea di Telecom Italia che si pone l’obiettivo di sostenere l’innovazione / i giovani innovatori e le nuove iniziative imprenditoriali sul web” con un link alla mia Pagina FAN su Facebook che parla proprio dei gentili Signori di Telecom Italia?!?
    ECCOLA: http://www.facebook.com/Disavventura.Telecom.Italia

    ————————————————————————————

    Leggete tutti gli articoli della mia Pagina Fan, capirete bene come TI sostenga l’innovazione (esiste per loro?) e i giovani innovatori (quindi tutti tranne me?)…

    ————————————————————————————

    Scusami se magari per questa volta sono andato un attimino forse OT… ma non potevo non approfittare dell’occasione per dire la mia!

    Grazie e a presto!

  • In tutto questo io mi chiedo, come si diventa Venture Capitalist? Come ci si fa’ conoscere al pubblico in modo che le persone cerchino con Noi un confronto per un eventuale investimento. Vi chiedo questo perche’ noi abbiamo una discreta disponibilita’ economica e stiamo cercando progetti nel quale investire per diversificare il nostro business principali (offriamo servizi di intermediazioni nelle principali capitali europei) sempre nel mondo del Web.

    Grazie

  • Oltre al fatto che, come tu stesso hai detto, è impensabile far capire le potenzialità di un progetto in 3 minuti, non vedo perchè io dovrei andare a spiattellare la mia idea e il mio progetto a un’azienda che poi potrebbe andare ad utilizzarla alle mie spalle.

    Spachez

  • Il Working Capital mi ha profondamente deluso, ma mi ha lasciato un bagaglio di esperienze non indifferente. Adesso so perchè l’innovazione in Italia non funziona. Siamo destinati a diventare colonia. Lo siamo già.

    Non perchè il mio progetto non sia stato ammesso a finanziamento (teoricamente, sarei ancora in lizza), ma per la logica con cui vengono fatte le scelte. Credo di averla afferrata, so esattamente cosa passa per la mente dei selezionatori e potrei dare qualche dritta ai futuri “aspiranti imprenditori”.

    Ma questo richiederebbe spazio. Tagliaerbe (come mi piace questo nick, adoro quel personaggio), se vuoi un pezzo sull’argomento fammi un fischio.

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Max Valle

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Da oltre 20 anni, fornisco consulenze per aziende e professionisti, che vogliono sviluppare il loro business, 
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