Cresce (e alla grande) la spesa pubblicitaria sui Social

Quest’anno i marketer statunitensi spenderanno 3,08 miliardi di dollari in pubblicità sui social network, secondo le previsioni di eMarketer. La spesa aumenterà del 55% rispetto ai 1,99 miliardi di dollari spesi nel 2010, e crescerà di un ulteriore 27,7% il prossimo anno per arrivare a circa 4 miliardi.

Questa enorme crescita porterà i social al 10,8% della quota globale della spesa pubblicitaria online negli USA. A livello mondiale, dove la crescità percentuale sarà del 71,6% (=a 5,97 miliardi), la quota globale sarà leggermente inferiore (=8,7%).

Revenue pubblicitarie dei social network in USA


Le previsioni per il 2011 sulla spesa negli Stati Uniti sono superiori di 1 miliardo rispetto alla stima fatta ad Agosto 2010 dallo stesso eMarketer. Il driver principale che ha guidato la crescita è stato Facebook, di gran lunga il player più importante del settore.

“Il 2010 è stato l’anno nel quale Facebook ha dimostrato la sua forza non solo nell’advertising sui social, ma nella pubblicità online in generale” ha affermato Debra Aho Williamson di eMarketer “e nel 2011, la presenza di Facebook a livello mondiale sarà qualcosa che gli inserzionisti non potranno ignorare.”

eMarketer prevede che la spesa pubblicitaria nei social network più importanti raggiungerà quest’anno i 2,19 miliardi di dollari negli USA, e poco più di 4 miliardi a livello mondiale – più del doppio rispetto al 2010.

Revenue pubblicitarie di Facebook

Secondo la Williamson, “se Facebook continuerà ad aumentare la sua base utenti e le revenue generate per ogni singolo utente, potrebbe persino superare queste previsioni. Facebook deve continuare a lavorare sulla user experience e sulla sua piattaforma pubblicitaria.”

E nel frattempo, per la “legge della coperta corta”, i soldi che vanno sui social vengono tolti agli editori online…

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18 Comments

  • Come già detto in altri commenti la parola d’ordine del 2011 è social network!

  • Tu la chiami “legge della coperta corta”: è vero, i budget sono quelli, quindi o di là o di qua. Ma forse è anche accortezza negli investimenti: perché mettere il proprio denaro dove non rende più o non più di tanto?

    Quello che mi interessa e mi suscita qualche eccitata curiosità (vivaddio, che finalmente succeda qualcosa di davvero nuovo) è come di riflesso cambierà il mondo dell’informazione tradizionale. Conto davvero che una “rivoluzione” del genere cambi pesi e poteri, creando finalmente nuove modalità anche di dare notizie e approfondimenti.

  • Ilaria, quella frasetta in coda l’ho scritta in quanto persona che “vende pubblicità” da anni per un editore online, e quindi si vede toccata dal fenomeno.

    E’ inutile gioire (come vedo che spesso accade…) quando si parla di “crescita a 2 cifre dell’advertising online”. Bisogna analizzare dove vanno quei soldi, perché purtroppo sembra non finiscono nelle tasche degli editori, ma di altri soggetti che, fondamentalmente, non producono “informazione strutturata”, bensì sono “luoghi di aggregazione” dove semmai si condividono link.

    Ma per sviscerare questo tema ci vorrebbe ben più di un post… 😉

  • @Taglia: “purtroppo sembra non finiscono nelle tasche degli editori, ma di altri soggetti che, fondamentalmente, non producono “informazione strutturata”, bensì sono “luoghi di aggregazione” dove semmai si condividono link.” Scusami ma se per Social MEdia Marketing intendi solo quello, sei parecchio fuori strada, e dovresti leggere qualche libro a riguardo 😀

    Fosse solo pure advertising non ci sarebbe differenza ciò che di nuovo porta il smm è proprio il nuovo approccio di fare mercato e comunicazione. Un approccio, ancora molto da perfezionare, ma che punta anche a una comunicazione più veritiera e meno a “a presa per culo” tra aziende e utenti/clienti, cose che l’advertising online classico (editori compresi) ha fatto per anni. In questo caso gli editori siamo noi stessi. Comunque io non la vedo ne positiva ne negativa come cosa: l’importante è che non si creda troppo nel smm senza la giusta conoscenza degli strumenti e che nel media mix comunicazionale si faccino rientrare comunque tutti i canali e le strategie del web. Da solo il smm non serve, ma ora pensare a una strategia di promozione nel web senza l’utilizzo dei social sarabbe come ascoltarsi la musica con le casse senza un subwouffer! 🙂

  • Dario, non mi interessa il SMM, non sto parlando di quello.

    Sto parlando di editori online che per vivere campano esclusivamente di pubblicità online, perché questo è ad oggi l’unico modello di business che funziona. Leggiti queste slide e capirai molte cose…: http://www.iabseminar.it/allegati/contributi/22/22.pdf

    Un consiglio: certe cose, fidati, NON si imparano/capiscono sui libri o a scuola, ma solo lavorando nel settore… e, senza vanto, in Internet ci lavoro da più di 15 anni…

  • @Taglia ok l’esperienza insegna di certo, ma parli di un mondo il web in continuo mutamento e il web di oggi ha poco a che fare con quello di 15 anni fa. Assistiamo a mutazioni talmente veloci da non consentire il facile adattamento della gente ed è capace che anche il social tra 5 anni sarà vecchio.

    C’è gente che scopre adesso il SEO che, se ci pensi ora è cambiato si è mutato e non è più il concetto classico di una volta. Chi lavora nel web deve adattarsi ai mutamenti e se tolgono investimenti all’advertising classico per metterli ai social o al seo, be bisogna adattarsi. Sono le regole del mercato di sempre.

    ps. le slide dello Iab non presentano un campione, e forse non ci si è accorti che le news le si legge da twitter…

  • Dario, parlo di editoria, non di SEO, o SMM!

    Le news le leggi su Twitter, o da un link postato su Facebook, ma chi le scrive quelle news? chi le paga se non l’adverting? svegliaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa

  • Grande Taglia.
    Chi ha vissuto gli ultimi 15 anni di storia ed evoluzione di Internet , comprende bene quello che dici. Ho sempre detto che la crescita della pubblicità on line a medio termine priviligerà perlopiù i grandi gruppi o le grandi realtà.
    La stessa cosa che avvenne con lo sviluppo del Web : oggi le realtà presenti in Italia ad offrire servizi Web sono rimaste in 3 o quattro dalle migliaia (prevalemtemente piccole) che erano nel 1998 (ricordi Taglia?)
    Si parlava di crescita (ed era vero) a 2 cifre ma poi chi presero i soldi (basta vedere chi sono quelli oggi rimasti nella fornitura dei servizi Web in italia) solo pochi. Qualche dubbio penso sia lecito!

  • Hessì Andrea, io iniziai la mia avventura con un piccolo Internet POP, e in quell’epoca c’erano diversi nomi sulla piazza, tanti piccoli imprenditori volonterosi che lavoravano h24 per diffondere il verbo e portare a casa la pagnotta. Oggi c’è un monopolio quasi totale di Alice.

    Se i soldi dell’advertising si spostano verso chi NON è un editore, l’editore deve trovare il sistema di farli in un altro modo. Oppure Facebook & Co. devono acquisire qualche buon sito di news e integrarlo nello stream 🙂

  • Guarda, ho vissuto l’epopea di quei anni e ho conosciuto storie e vicende umane che mi hanno lasciato un segno e rivedo oggi un film gia visto. Molti micro editori si entusiasmano perche vedono qualche piccolo (ma per loro importante) crescita di consenso on line e pubblicità ma guardando le cose a medio termine e l’evoluzione(la caduta!) degli stessi ctr, ecpm, ecc., ti rendi conto che tutto sommato quando Robin Good dice ai piccoli editori di inventarsi uno spazio al di fuori della pubblicità tradizionale, non ha tutti i torti.

  • Si vede che sto invecchiando; a me di leggere una new su twiter o fb prpoprio non riesce. Al limite ci leggo il link che rimanda al sito dove la new è riportata.

  • @Taglia: qua mi sa che a svegliarti devi essere tu: le notizie in real-time sono sempre più date dalle persone che le vivono e che si trovano nei luoghi dove accadono le cose, grazie agli smartphone e sempre più editori ne traggono poi spunto per fare il loro bell’articoletto sul blog o giornale che sia. Sii obiettivo dai, non vederla solo dal tuo punto di vista professionale.
    ciao

  • Proprio ieri condividevo con una persona che si occupa di pubblicità e di social media che se leggi un libro su internet probabilmente leggerai cose che valevano un anno fa. Insomma, se è vero che Internet evolve ogni giorno (e su questo nessuno ha dubbi), consigliare un libro non mi pare proprio un consiglio vincente. Ma forse sbaglio io.

    La realtà dei fatti è davvero che le persone leggono le news su Twitter e su FB? Probabilmente sì, ma su Twitter e/o FB non si linka altro che contenuti presenti su qualche altra pagina molto probabilmente afferente a un editore, che – come suggerisce Taglia – è probabile che subiranno tagli di investimento sfavoriti da investimenti diversificati verso i social media.

    E’ un dato di fatto, non una risposta, ma una semplice constatazione. Poi sta a noi fare le valutazioni del caso.

  • Il discorso è veramente complicato. Se i soldi vanno sui social vengono tolti all’editoria ma i social vivono anche di informazione (molti utenti si informano direttamente dai social). A questo punto se il rubinetto si chiude e l’informazione diminuisce (o muore), viene meno anche sui social che con molta probabilità perderanno di interesse per chi li vive.
    E’ indubbio quindi che qualcosa deve cambiare, cioè l’editoria online deve sperimentare nuove forme di advertising.

    @Gregorio Penso che in molti leggano solo il titolo e poi vadano sul sito, ma quel titolo che passa su Facebook è una forma di intrattenimento per l’utente. Se è vero che Facebook garantisce una certa visibilità a quel link è anche vero che se non ci fossero quei link, come dicevo sopra, non si avrebbe ragione di stare su Facebook (anche perché ormai i fatti privati dei nostri amici li abbiamo ben digeriti e a me non sono mai interessati).

    Il modello potrebbe essere una microrevenue che da facebook va al sito per ogni click che riceve (o qualcosa del genere, non ne capisco molto) ma occorrerebbe una sovrastruttura lobbystica in grado di forzare facebook per fargli capire che senza contenuti altrui non può vivere (e così anche Twitter).

    Mi rendo conto di aver parlato dell’impossibile. 😀

  • Dario, la news/foto/video creata da un “utente casuale” non è giornalismo, non è editoria. Non appena cerchi di “sistematizzare” e monetizzare questo processo, iniziano i problemi seri. Il crowdsourcing non è la soluzione di tutti i problemi, i contenuti di qualità hanno un costo di produzione che va, in qualche modo, remunerato.

  • Quel grafico a iperbole sembra essere disegnato prima di essere numerato, e numerato prima delle di trovare motivazioni ai numeri.

    Descrive la parte iniziale di una curva di gauss, quando invece quello relativo agli utenti sta raggiungendo il suo vertice superiore, non è strano?

    Comunque a parte i veggenti che vendono report a chi deve poi presentarli ai propri clienti per qualche socialproposta, a me facebook non preoccupa.

    Mi ha prosciugato una community, ed emotivamente mi è dispiaciuto molto, però razionalmente dovrei essergli grato dato che mi occupava il 20% del tempo a fronte dell’1% dei ricavi.

    Mi preoccupa un po’ invece Google, che ogni tanto fa intravedere le sue ambizioni editoriali, o il suo trattenere gli utenti sulle SERP.

    Però con un competitor che ammiro, sarà stimolante cercare di schivarne i colpi, e un po di adrenalina fa bene!

    Ho parlato di competizione sugli utenti e non di quella sull’offerta pubblicitaria, perché quest’ultima io non l’ho ancora avvertita.

    In ogni caso non mi metto come buona parte della blogosfera a portare utenti o clienti a facebook, anzi se posso ne parlo male.

  • Evidentemente no perchè loro il (Censis) continuano a fare lobbing sull’impiego pubblico e non parlano dei 5 milioni di dipendenti pubblici e degli ostacoli del sindacato allo sviluppo di un nuovo sistema di lavoro dove non saprebbero come creare rapporti e collusioni.

    Il capitolo «Comunicazione e media» del 44° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2010
    Roma, 3 dicembre 2010 – Il futuro della rete, tra sicurezza delle transazioni e gratuità dei contenuti. Il futuro di Internet dipenderà dal modo in cui verranno sciolti due nodi rimasti irrisolti: i problemi di sicurezza delle transazioni on line e la questione riguardante la totale gratuità o meno dei contenuti reperibili in rete. Al momento solo il 43% degli italiani che utilizzano Internet si dice pienamente fiducioso in merito alla sicurezza delle transazioni (per il 5% sono del tutto sicure, abbastanza sicure per il 38%): un dato nettamente più basso del 58% medio rilevato a livello europeo. Molti gli utenti che hanno incontrato problemi legati alla navigazione in Internet. Il 64% lamenta di ricevere una quantità eccessiva di spam, al 58% è capitato di essere infettato da un virus informatico, l’8% si è imbattuto in incidenti relativi alla violazione della privacy, il 3% denuncia problemi legati alla sicurezza dei minori, il 2% è stato vittima di phishing. Tra le principali precauzioni adottate c’è quella di evitare le transazioni finanziarie on line (e-commerce, e-banking, ecc.), come dichiara il 55% degli utenti (un dato più alto di quello medio europeo, pari al 42%). Venendo al secondo nodo irrisolto, secondo una indagine del Censis per il 64,2% degli utilizzatori di Internet la forza della rete sta nella piena libertà dell’utente, che verrebbe compromessa dalla richiesta di pagamenti per l’accesso ad alcuni siti. L’11,8% sostiene che dovrebbero essere Google e gli altri aggregatori di notizie digitali a condividere i loro profitti con i produttori dei contenuti, dal momento che grazie alle inserzioni pubblicitarie monetizzano il traffico generato proprio da quei contenuti. Il 24% è invece favorevole al superamento dell’opzione «tutto gratis»: il 14,9% si dice disposto ad accettare il pagamento da parte dell’utente dei contenuti di informazione reperibili sul web attraverso il meccanismo dei micropagamenti, mentre il 9,1% si dimostra consapevole che la garanzia della libertà di informazione dipende anche da bilanci sani degli editori, che dovrebbero poter trarre qualche profitto dalle versioni digitali del loro lavoro.
    http://www.censis.it/10?resource_50=109158&relational_resource_51=109158&relational_resource_385=109158&relational_resource_52=109158&relatio

  • In questo post si parla della situazione americana o di quella italiana?

    Nel http://www.iabseminar.it/allegati/contributi/22/22.pdf si parla di quella americana?

    A nessuno di voi è venuto in mente che in Italia si ragiona in modo diverso?

    Negli Stati Uniti in pubblicità si spende il 15% del proprio fatturato, in Italia mi sembra intorno al 5% e allora di che parliamo?

    Se volete la pubblicità dovete cercarvela.

    Le prime radio si affidarono alle agenzie per trovare la pubblicità, non incassarono nulla o pochissimo, poi decisero di mandare in giro dei ragazzi e incassarono moltissimo.

    Quindi …

    Ma quale professionalità dei giornalisti, lo vogliamo capire che adesso deve esserci un misto fra giornalisti professionisti e gente comune? Chi vuole le notizie le deve cercare e i giornalisti professionisti non vogliono lavorare, preferiscono corrompere qualche impiegato dei tribunali per avere qualche pdf delle indagini di qualche magistrato.

    E allora a che serve la professionalità?

    Riflettete gente, riflettete.

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Max Valle

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Da oltre 20 anni, fornisco consulenze per aziende e professionisti, che vogliono sviluppare il loro business, 
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