Personal Blocklist: l’estensione anti content farm di Google

Il regalo di San Valentino di Google, per le content farm, non è stato una lettera d’amore, anzi: si è trattato di una estensione per Chrome, chiamata Personal Blocklist atta proprio a “blacklistare” quel genere di siti.

Una lettura distratta della descrizione delle funzioni dell’estensione potrebbe far pensare che il plugin serva a bloccare qualsiasi genere di sito “non gradito”, tramite una segnalazione a Google, il quale potrebbe riservarsi di usare le informazioni raccolte per migliorare la qualità delle SERP:

“L’estensione “personal blocklist” trasmetterà a Google le tipologie (di siti) che hai scelto di bloccare. Quanto scegli di bloccare o sbloccare una determinata tipologia, l’estensione trasmetterà a Google l’URL della pagina nella quale il risultato della ricerca, bloccato o sbloccato, appare. L’utente prende atto che Google potrebbe liberamente utilizzare queste informazioni per migliorare i propri prodotti o servizi.”

Ma se prendiamo il post uscito lunedì sull’Official Google Blog, notiamo invece che nel mirino dell’estensione ci sono principalmente le content farm: ad un filtro algoritmo, annunciato da Matt Cutts qualche settimana fa, Google chiede ora agli utilizzatori di Chrome di aggiungere del feedback “umano”.

Personalmente ritengo che l’operazione sia fallimentare.

Lo è perché effettuata su utenti di nicchia, con uno strumento di nicchia. Nella pagina del plugin leggo che è utilizzato da meno di 15.000 utenti, con meno di 25.000 installazioni globali. La comunicazione fatta da Google è tutta in direzione delle content farm, quindi si presume che chi usa l’estensione sappia benissimo cosa sono queste “fabbriche di contenuti” a basso prezzo. E solo gente che opera in un ambito molto ristretto dell’editoria online è sensibile al problema; di certo non lo è il “casual user” di Google.

Posso inoltre pensare che molte delle installazioni di Personal Blocklist siano state effettuate da gente che opera proprio nel business delle content farm, e che invierà a Google un bel po’ di segnalazioni farlocche, o atte a screditare i concorrenti.

Io credo invece che Google debba avere il coraggio di fare i nomi, e di definire alcuni concetti rimasti per troppo tempo fumosi. Google deve dire chi sono le content farm, che domini utilizzano, e quali sono i motivi per cui questi contenuti debbano essere penalizzati/esclusi dalle SERP. Google deve spiegare al mondo cosa è un contenuto di qualità, e cosa non lo è. E deve scriverlo nero su bianco nelle linee guida.

Fino a che non lo farà, tutte queste misure saranno solo palliativi. E se e quando lo farà, mi aspetto che inizieranno lunghi processi con enormi richieste di risarcimento danni: perché chi ha fatto un’IPO da più di 1,5 miliardi di dollari, non si farà certo intimorire.

Condividi su facebook
Facebook
Condividi su google
Google+
Condividi su twitter
Twitter
Condividi su linkedin
LinkedIn
Condividi su pinterest
Pinterest

9 Comments

  • Secondo me la qualità sta dentro la quantità.

    Quindi andare a cercare la qualità significa sprecare un sacco di energie.

    Molto meglio e più vantaggioso cercare la quantità e l’abbondanza.

    In questo caso dentro la quantità di contenuti ci sta sicuramente anche della qualità. Cercare la qualità è un rischioso spreco di energie perchè si rischia addirittura si non notarla data la mole di abbondanza che c’è sul web.

    Per questo non vedo motivo per cui a Google non convenga avere la “quantità” gratis (o quasi) e quindi la “qualità” gratis (o quasi) invece di spendere per separare le due cose e andare a cercare lasola “qualità”.

    A parte queste similminacce di modifiche sostanziali alle SERP “alla ricerca della qualità” dubito che a Google convenga molto spendere in questa direzione e quindi per questo non lo farà.

    Ovviamente tutto IMHO. 🙂

  • E’ possibile per le content farm americane appellarsi all’ antitrust per impedire un eventuale blocco da parte di google dei loro (spesso pessimi) contenuti? Già in europa sembra più fattibile, in particolare se la vittima è europea, ma in america? Ci sono precedenti simili?

  • Forse non funzionerà ma almeno è un tentativo e comunque la direzione presa da Google mi sembra sensata, forse, come dici tu, il suo browser non è lo strumento giusto.
    Magari è solo un primo test.
    Vedremo.

  • Ciao Taglia, il tuo post capita a proposito. Proprio un paio di giorni fa scrivevo di Google Personal Blocklist e ho avuto modo di ragionarci un po’ sopra. Devo dire che tutto sommato la ritengo una mossa positiva, per diversi motivi.

    1) La nicchia. E’ vero che al momento sono (relativamente) pochi gli utilizzatori ma probabilmente sono anche quelli che sanno individuare le content farms. I cosiddetti alfa geeks sono probabilmente proprio il tipo di ‘selezionatori grauiti’ che interessano a Google. Pensiamo a Wikipedia, i contenuti non vengono certo inseriti da utenti qualunque. E’ facile poi immaginare che questa generica ‘estensione per chrome’ possa diventare presto parte integrante del browser stesso, diventando così disponibile a un numero enorme di utenti. Tra l’altro Chrome come ben sappiamo sta conquistando rapidamente fette di mercato alle spese degli altri browser (il mio socio, refrattario ad ogni cambiamento e conservatore nell’anima da una settimana è passato a Chrome. E se l’ha fatto lui ci passeranno tutti 🙂 ). Se il modello dovesse funzionare non è impensabile che Google predisponga estensioni per Firefox e altri browser.

    2) Il modello Web2.0/Social Networking. Questo aspetto lo trovo davvero intrigante. Per la prima volta le masse (mi si passi il termine) potrebbero avere la possibilità di influire direttamente sulla selezione qualitativa dei risultati dei motori di ricerca (era più o meno questo il punto del mio post di qualche giorno fa). Mica male, almeno come prospettiva da esplorare e verificare.

    3) Come la stessa google riconosce l’approccio puramente algoritmico non può sempre e comunque risolvere tutti i problemi. Ed e’ probabilmente A) meno costoso, B) più ‘performante’ e C) più corretto rivolgersi a molti(ssimi) utenti che non ai soliti, pochi, selezionatori Google.

    Una cosa da cui guardarsi è (come sottolinei anche tu) il rischio di abusi (mi quoto, perdonami): “… c’è da augurarsi, se mai ci si arriverà, che l’implementazione finale tenga ben conto del rischio di abusi. Una azienda con pochi scrupoli potrebbe pensare di investire quattrini sonanti in una campagna di discredito nei confronti di un concorrente. Certo non sarebbe semplice né economico, ma pur sempre fattibile.”

    Ciao,
    Nicola

  • Post brillante!
    Condivido in pieno.
    Avevo alcune perplessità riguardo a questa mossa, ma non riuscivo a focalizzare.
    Meno male che ci sei tu 🙂

  • Bella analisi Taglia. Noi in italia ci rendiamo conto in misura ancora marginale del problema. Ma se facciamo delle ricerche in inglese, il problema esiste ed è molto serio. La necessità di dare visibilità a contenti di qualità anche nell’interesse della Rete deve diventare prioritario, altrimenti potrebbere essere il tallone di achille di google e qualche possibile competitor un domani potrebbe offrire cio che google non è piu in grado di dare.

  • @Nicola: io credo che Google Personal Blocklist avrebbe un senso in un discorso generale, focalizzato a bloccare siti/pagine di scarsa qualità/pertinenza (esperimento tra l’altro già tentato anni fa da Google, vedi https://blog.tagliaerbe.com/2007/12/google-prova-a-fare-digg.html e poi https://blog.tagliaerbe.com/2008/07/google-edit-search-results-ecco-il-google-digg.html ).

    Ma sul fatto che servano migliaia di utenti per segnalare quelle 4 content farm di cui tutti parlano, non sono affatto d’accordo: basterebbe una giornata di lavoro di un buon quality rater (con ottime conoscenze nel campo dell’editoria online), magari di uno per ogni lingua/nazione principale, e i giochi sarebbero sistemati.

    Mi sbaglierò, ma ci vedo un intento “ponziopilatesco”, ovvero: “Io, Google, non mi prendo la responsabilità di dire che tu sei una content farm. Ma avendolo detto 1.000 utilizzatori di Personal Blocklist, ti banno”.

  • Taglia, se stiamo parlando dei soliti nomi conosciuti sono ovviamente d’accordo su tutta la linea. Sospetto però che il fenomeno sia più diffuso, basta vedere cosa è successo con la faccenda Stack Overflow ultimamente. Il problema, al di là della consistenza attuale del problema, è che ogni giorno può ‘esplodere’ un nuovo caso eHow.

    Google ultimamente non si è fatta molti problemi nel far nomi. Solo l’altro giorno Cutts ha detto candidamente a Forbes.com, in un forum pubblico, che stavano spammando con links a pagamento sulla home page e che di conseguenza il sito forbes (e tutto il network) era stato declassato (eventualmente ti recupero il link, è passato su Twitter ieri). C’è poi la faccenda di qualche settimana fa, quando sui forum Webmaster Central un tizio negava di essere affiliato a un noto spam-site e Cutts in persona l’ha sputtanato pubblicamente pubblicando una documentazione inoppugnabile che provava il contrario. Vabbè questo qua non è Forbes ma tant’è… il name calling pare cosa piuttosto diffusa in Google 😉

  • Entrambi i miei commenti a questo post sono orrendi da un punto di vista sintattico e grammaticale. Scusate!

    Note to self: rileggere prima di cliccare il pulsante!

Rispondi

Max Valle
Max Valle

Da oltre 20 anni, fornisco consulenze per aziende e professionisti, che vogliono sviluppare il loro business, aumentando i clienti, utilizzando le ultime tecnologie e nel pieno rispetto delle normative vigenti in materia.

Seguimi sui social
Iscriviti alla Newsletter
Main sponsor

Sponsor

Scroll to Top