E’ in arrivo una nuova (Social) Bolla delle Dot-Com?

La crescita del valore delle aziende che operano su Internet, e in special modo lo spumeggiante mercato tecnologico che gira attorno alla Silicon Valley, han fatto puntare gli occhi di molti su un soggetto particolarmente ambito, anche se ancora enigmatico: Twitter. Le discussioni con alcuni dei potenziali pretendenti hanno fatto crescere il valore stimato dell’azienda fra gli 8 e 10 miliardi di dollari.

Nel corso degli ultimi mesi, sia Facebook che Google hanno avuto vari colloqui con Twitter per esplorare l’ipotesi di una acquisizione, ma sembra che le cose non abbiano portato da nessuna parte.

La cosa sulla quale riflettere è però la cifra che pare sia circolata in queste discussioni con i potenziali corteggiatori: lo ripeto, parliamo di 8-10 miliardi di dollari.

Twitter, nel corso del 2010, ha fatto revenue per 45 milioni – spendendo, tra l’altro, parecchi soldi in personale e data center – e le stime per quest’anno sono fra i 100 e 110 milioni di dollari.

“Queste cifre sono giusticabili basandosi sui multipli finanziari? No,” ha detto Ethan Kurzweil di Bessemer Venture Partners. Ma queste startup stanno costruendo dei social service e hanno un sacco di dati sui propri utenti, “e questo mercato sta crescendo enormemente di valore proprio ora”.

Twitter, che ha iniziato a vendere annunci pubblicitari all’interno dei messaggini da 140 caratteri la scorsa primavera, è solo una delle tante aziende tecnologiche che è decollata di valore. In dicembre, quando ottenne altri 200 milioni di dollari di venture capital, la valutazione era di 3,7 miliardi.

Anche Facebook ha raccolto altri 1,5 miliardi di finanziamento, arrivando ad un valore di 50 miliardi di dollari (rispetto ai 10 miliardi di metà 2009). Groupon ha respinto l’offerta di acquisizione di Google per 6 miliardi, e sta pianificando una IPO per il 2011. E pochi giorni fa AOL ha pagato 315 milioni di dollari per l’Huffington Post, ovvero circa 10 volte le revenue che il sito aveva ottenuto nel 2010.

Queste cifre hanno portato altre startup a esplorare l’idea di una offerta pubblica, dicono alcuni banchieri. Pandora, ad esempio, pianifica un’IPO di 100 milioni, e LinkedIn dovrebbe quotarsi nei prossimi mesi con una probabile valutazione di circa 2 miliardi di dollari.

La crescita di questi valori riflette anche il cambiamento psicologico di alcuni imprenditori, che scelgono di restare indipendenti e far crescere il loro business (invece di vendere in fretta per far cassa). Evan Williams, co-founder di Twitter nonché l’attuale CEO, Dick Costolo, in passato hanno venduto le loro aziende a Google.

Si dice che Google e Facebook hanno pensato di acquisire Twitter in passato, e che le proposte sono ancora aperte: una persona ben informata ha detto che Facebook e Google hanno espresso un “interesse latente” nei confronti dell’acquisizione di Twitter.

Alcuni giorni fa, Andreessen Horowitz (un noto VC) ha detto di aver acquistato più di 80 milioni di dollari di azioni di Twitter, ma ha rifiutato di dire quale percentuale di Twitter rappresenta la quota acquistata.

I ricavi e la valutazione di Twitter sono aumentati, anche se l’azienda sta ancora lavorando ad un modo per trasformare i suoi oltre 200 milioni di utenti registrati in un business redditizio: Twitter, creato nel 2006, ha introdotto la pubblicità nel suo sito meno di un anno fa.

Fra i 3 servizi lanciati da Twitter, Promoted Trends riesci a vendere giornalmente tutto l’inventario, mentre Promoted Tweets e Promoted Accounts stanno ottenendo ottimi risultati.

E nonostante le altissime proposte di acquisizione, la dirigenza di Twitter continua a lavorare alla creazione di una grande compagnia indipendente. Alcuni si spingono a dire che l’azienda ritiene di poter diventare una società da 100 miliardi di dollari.

Per ottenere ciò, Twitter ha assunto parecchi ingegneri aumentando la forza lavoro dalle 100 persone del gennaio 2010 alle attuali 350. E Costolo, ex-dirigente di Google, è stato nominato CEO lo scorso anno.

Twitter ha assunto anche Adam Bain, ex-presidente di Fox Interactive Media, che da agosto di occuperà delle sales a livello globale (insieme ad un team di 20 persone).

“Twitter sta crescendo molto a livello pubblicitario, e crediamo che debba fare qualcosa di grosso per incrementare l’uso dei suoi servizi e portare più persone ad interagire con i tweet”, ha detto Debra Aho Williamson, analista di eMarketer.

Ma secondo Business Insider, ci sono almeno 13 segnali evidenti che annunciano l’arrivo di una nuova bolla: io spero di cavarmela, come ci riuscii 11 anni fa 🙂

Liberamente tradotto da Twitter as Tech Bubble Barometer, di Spencer E. Ante, Amir Efrati e Anupreeta Das.

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11 Comments

  • Davide, tu credi possa scoppiare una bolla con pochissimi soggetti in gioco sul mercato?

    Secondo me è impossibile, ma ho poca esperienza.

  • Anche io vedo segnali che possono far pensare ad bolla furura. Io sto cercando di fare qualcosa sul web di non necessariamente innovativo e quindi devo fare tutto da soli xké sono fuori dai VC. Questo potrebbe in buona parte proteggermi dalla possibile bolla.
    In ogni caso é vero che c’é una corsa sfrenata ad accaparrarsi le start up o le idee x le start up. Sembra essere diventata una specie di moda più che un’opportunità vera.

  • @Giorgio: i tempi son diversi, i soggetti son diversi (attenzione però, NON sono così pochi come può sembrare: da oggi ad Aprile 2012 (data della prevista quotazione di Facebook), sicuramente vedremo diverse IPO), e nessuno può vantare una “esperienza” nel campo di bolle delle dot-com (visto che ne abbiamo vissuta solo una, anche se per molti è bastata…).

    Mi spiace ripetermi (tipo disco rotto) ma Opengate, prima “matricola” del Nuovo Mercato italiano, era a pochi chilometri da casa mia, impiegava qualche centinaio di persone, e ci scrissero sul tema pure un libro (“Opengate, storia di un successo”), con tanto di prefazione di Alan Friedman: se qualcuno volesse rinfrescarsi la memoria: http://www.zeusnews.it/index.php3?ar=stampa&cod=2510&numero=999

    Voglio dire che, nel caso di una ipotetica seconda bolla, alcuni sopravviveranno (in Italia, al “primo giro”, ne sono sopravvissuti 3: Tiscali, FastWeb e Dada) e altri verranno spazzati via. Con tutto ciò che ne consegue (se sei al traino di quelli spazzati via).

  • Le bolle scoppiano quando le aspettative sono andate troppo (eccessivamente) avanti rispetto alle reali possibilità di crescita e di sviluppo.
    La cosa funziona un pò come il debito pubblico rispetto al pil di un paese.
    E’ammesso che le aspettative di crescita di una azienda (od un settore) siano più avanti (sopravvalutate) rispetto ai valori reali (anche quelli che si potranno raggiungere nel breve) ma non possono distanziarsi in maniera spropositata.
    Quindi, occorre capire se nell’arco dei prossimi 12 , 24 mesi queste aziende riusciranno ad aumentare sensibilmente i loro fatturati e margini reali.

  • Le bolle che scoppiano fanno bene! Anzi… dovrebbero scoppiare un po’ più spesso.

  • @Mario: si, peccato che se sei tu ad esserne in qualche modo coinvolto, magari perché dipendente/azionista dell’azienda in questione, le cose cambino prospettiva…

  • Caro Davide… è proprio per questo che lo dico… e parlo in veste di dipendente, azionista e pure investitore scottato dalla gnu-economy.

    Per questo dico che se ci fossero più bolle scoppiate, forse, sarebbe anche meno facile fregare la gente 🙂

  • @Mario: mah, io ho seri dubbi: sono anni (secoli?) che la gente si rovina con il gioco d’azzardo, e non mi sembra che l’uomo abbia compreso la lezione. Certi investimenti in borsa, guardacaso, ricalcano la stessa logica del gioco d’azzardo… 😉

  • Perché ci sia bolla occorre che prima siano entrati tanti pesci piccoli, ma se li spaventate non entrano.

    E dopo gli speculatori non ce la fanno mica ad arrivare a fine mese, a mantenere yacht, jet, ville da nababbi, giornalisti, politici, con tutto quello che costano.

  • Ciao Taglia, la penso come te sul rischio bolla avendone vissuta una (indicatore che siamo vecchi :-)). In quegli anni lavoravo per più aziende editoriali e ricordo la chiusura in una notte di CiaoWeb (gruppo Fiat). La differenza, a mio modesto parere, tra quello che potrebbe succedere oggi e quello che è successo circa 10 anni fa, è che in Italia non ci sono aziende degne di nota che potrebbero subire lo sboom e, quindi, l’effetto da noi sarebbe soltanto di rimbalzo anche se altrettanto devastante.

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Max Valle

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Da oltre 20 anni, fornisco consulenze per aziende e professionisti, che vogliono sviluppare il loro business, 
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