Italia, investitori e startup

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su whatsapp
Condividi su telegram

In queste ultime settimane, nei blog dedicati al mondo startup e tecnologico, c’è stato un gran discutere circa la questione “fare la propria startup in Italia oppure andare in Silicon Valley”. Il polverone è stato alzato da Augusto Marietti, co-founder di Mashape, che attualmente si trova con Marco e Michele (gli altri due co-founder) a San Francisco, nel mitico Pier 38. In brevissimo, i tre giovanissimi founder sostengono che, dopo aver provato inutilmente a cercare dei finanziamenti in Italia, sono andati nella Valley ed hanno ottenuto quello che cercavano. Anche se con dispiacere, Augusto consiglia a tutti i giovani come lui e con idee innovative, di scappare dall’Italia perché altrimenti le speranze di aver successo sono minime. Queste affermazioni hanno scatenato un dibattito virtuale molto acceso, in particolar modo di Massimo Ciociola, seguito, in ordine temporale, da Stefano Bernardi e da Gianluca Dettori.

Fino ad oggi, ho letto in maniera passiva i vari post e commenti sui blog, senza mai intervenire in alcun modo, perché, non avendo mai respirato l’atmosfera della Valley, non avevo alcun metodo di paragone per poter giudicare chi avesse ragione e chi no.

Prima di esprimere la mia opinione in merito, mi presento. Sono Stefano Passatordi e sono il co-founder di Ibrii, un servizio per la condivisione in tempo reale di contenuti web. Ibrii è nata nel novembre 2009 ed è stata, sin da subito, incorporata in Delaware. Per cui, a tutti gli effetti, è una società americana. In realtà, però, lo sviluppo e la gestione della società stessa avvengono a Roma. Tutto ciò è stato possibile grazie ad un seed ottenuto da dPixel. Se vi state chiedendo perché la società è stata registrata in Delaware, la risposta è semplice: “il nostro obiettivo è sempre stato quello di ottenere finanziamenti da investitori USA”. Da novembre 2009 ad oggi, sono cambiate tante cose, sicuramente la più rilevante, ai fini della discussione, è che Lorenzo Thione è entrato a far parte della società già da molti mesi.

Grazie proprio ad Ibrii, ho avuto l’occasione di andare a San Francisco e nella Silicon Valley per qualche settimana. Adesso, sento di poter esprimere il mio parere in merito, in quanto, non solo ho potuto constatare personalmente di cosa stiamo parlando, ma, soprattutto, incarno il prototipo dello startupper che è di base in Italia e cerca di far crescere la sua startup.

L’impressione che ho avuto leggendo i vari post delle settimane scorse, in merito a questa faccenda, è che si stia facendo confusione. Credo che sia fondamentale capire bene di cosa stiamo parlando: si parla di startup WEB e non di startup che producono macchine a idrogeno!

Questo, secondo me, è il punto principale da chiarire. Altrimenti, sarebbe sbagliato dire che in Italia è difficilissimo fare impresa e che non è possibile avviare una startup, mentre negli USA tutto è possibile. In Italia esistono tante aziende, in vari settori, che sono diventate famose nel mondo e che esportano la nostra cultura e che meritano il massimo rispetto. Invece, secondo me, il discorso cambia quando si parla di fare l’imprenditore web. Raccontandovi la mia esperienza, cercherò di fare i paragoni tra quello che ho vissuto e vivo tutt’ora in Italia e quello che ho percepito nella Bay Area. Alla fine tirerò le somme di tutto il discorso.

Partiamo dal fundraising. (Va precisato che stiamo parlando di un seed, non di un series A!) In questi mesi, stiamo effettuando un secondo fundraising e abbiamo approcciato sia investitori italiani che della Valley. In Italia, SOLO PER RACCONTARE LA NOSTRA IDEA, TUTTI hanno chiesto tre cose: pitch, business plan e financials. A San Francisco, così come nella Valley, hanno voluto soltanto una demo… ovvero: “accendi il PC e fammi vedere di cosa stiamo parlando”. Credo che le differenze siano ovvie, in Italia si pensa prima ai numeri e alle carte, mentre nella Valley il prodotto viene prima di tutto. Con questo non voglio dire che business plan e financials non servono. Assolutamente NON è così. Però bisogna dargli il giusto peso in base allo stato attuale della startup e dei finanziamenti che si chiedono. Un discorso è allenarsi a progettare e pianificare durante la fase di inizio. Un altro discorso è che, senza questa documentazione (deve essere almeno credibile, non improvvisata), non hai neanche la possibilità di raccontare la tua idea. Scusate, ma a me sembra una bella differenza! Sicuramente, andando avanti con le trattative e con l’avanzare della startup verso uno stadio più maturo, il business plan diventa uno strumento fondamentale anche nella Valley. Nessuno può immaginare di chiedere dei finanziamenti importanti, in Italia o all’estero, senza un business plan definito. Forse vi potete salvare se trovate un angel e gli chiedete poche migliaia di dollari/euro. (Circa questa questione, Dettori e dPixel sono stati gli unici ad ascoltarci e a credere in noi SENZA presentare un business plan sin dal primo giorno).

In Italia, il fatto che io ed mio il socio abbiamo un background tecnico (siamo due laureati magistrali in Informatica a Pisa) è sempre stato un punto a nostro sfavore. Poichè siamo tecnici e, secondo gli investitori, sicuramente non capiamo nulla di prodotto e numeri..allora non possiamo aspirare a seed più corposi. Fiducia limitata! Se guardate la storia di tutte le più famose startup, vi renderete conto che sono quasi tutti tecnici. In California, infatti, è stato esattamente il contrario. Essere due laureati in informatica è stato un ottimo biglietto da visita. All’inizio non sono i numeri che servono, ma il prodotto (ovvero servono tecnici)! Senza quello, alla fase numeri non ci si arriva mai.

In questi ultimi mesi, stando comodomante a Roma, abbiamo stretto una partnership con una società che si trova a Sunnyvale, California. Tutto iniziato e portato avanti tramite Skype e email. In Italia, nonostante fossimo andati di persona nelle sedi di piccole, medie e grosse realtà con cui potevamo collaborare, abbiamo ottenuto solo tante false promesse, abbiamo perso tempo e risorse finanziarie.

Durante le settimane in Valley, siamo riusciti ad avere una media di 2 incontri al giorno con i più grossi angels della California, oltre a famosi blogger e affermati entrepreneurs. Premetto che non li conoscevamo già da prima, ma, molto semplicemente, i contatti sono avvenuti tramite email oppure tramite Lorenzo. In Italia, gli investitori li devi inseguire per settimane…

Un’altra importante differenza che ho riscontrato, riguarda i contratti di investimento per i seed. Durante gli incontri con i vari angel della Bay Area, tutti ci hanno parlato di convertible notes e di contratti lunghi una pagina, molto laschi. Perché la filosofia della Valley è questa: una startup potrà essere o ZERO o UNO. Se un giorno varrà UNO allora convertono in equity ed assegnano una valutazione, contestualmente all’interesse di un VC. In Italia, invece, già il primo contratto di investimento (per un seed) è lungo oltre 15 pagine e contiene clausole da series A. Senza parlare della valutazione che viene assegnata inizialmente e che, nella maggior parte dei casi, limita la startup anche per i round futuri.

Concludendo, credo che sia sbagliato asserire che in Italia è impossibile fare impresa e che, per forza, bisogna andare fuori dal paese. Condivido in parte le affermazioni di Ciociola e Dettori, ma allo stesso tempo capisco Augusto Marietti. Va benissimo cercare di restare in Italia per far crescere il paese e contribuire a renderlo un posto migliore per le future generazioni. Va benissimo dire che, spesso, non dipende dall’Italia, ma dalla NON bravura dell’imprenditore e che ognuno deve assumersi le proprie responsabilità, senza fuggire. Però, bisogna anche essere onesti e raccontare i fatti per quello che sono attualmente in Italia. Per cercare di replicare l’ambiente che si trova nella Valley, serve uno sforzo da parte di tutti: imprenditori, investitori, università, politiche economiche, il sistema paese. Negli ultimi 3 anni, in Italia le cose sono cambiate molto riguardo la questione startup ed investitori. Oggi, a differenza di prima, se un giovane ha una idea ha più di qualche porta a cui bussare. Quindi, se da un lato ci sono stati dei passi in avanti e continuano ad esserci, dall’altro, però, c’è ancora tanto lavoro da fare. Dal mio punto di vista, ecco alcuni consigli per migliorare:

Investitori: evitare di ingessare le startup con basse valutazione per potersi prendere una percentuale di equity sempre più alta. Questa tecnica porta solo a svalutare la startup e diventa un deterrente per un grosso VC. Ricordarsi sempre che fare il venture capital è una attività che intrinsecamente vive di rischio, non potete cercare garanzie che nessuno può darvi.
Imprenditori: cercare di portare avanti la propria idea anche senza grossi capitali iniziali, questo discorso vale soprattutto per le startup web. Ci sono startup che con meno di 20k euro di investimento iniziale ci sono riuscite (leggetevi Founders at Work). Pensare a creare un network collaborativo piuttosto che lucrativo. Ad un evento a San Francisco, un giovane startupper mi ha detto che quando incontra un altro entrepeneur come lui, non pensa a come quella persona possa aiutarlo, ma pensa a come lui possa aiutare quella persona. Capite la differenza? Basta con le invidie e con la guerra tra poveri.
Università: le università sono il vero valore aggiunto della Silicon Valley, secondo me. Formano le menti imprenditoriali dei giovani studenti fin dai primi anni. Ad esempio, Stanford e Berkeley hanno almeno un corso all’anno su cosa significhi fare l’entrepeneur e come si fa.

Secondo me, un errore comune di tutti è quello di non capire da subito che, grazie ad internet, tutte le startup (web) sono sul mercato globale. Che tu stia in Italia, in Cina, in Russia o in America, devi sempre ricordare che il tuo mercato è globale. Questo vuol dire che l’investitore non deve applicare regole di investimento diverse, in genere più pesanti, da quelle applicate dagli investitori americani, altrimenti la startup, nel mercato globale, partirà già svantaggiata. L’imprenditore (web) non può pensare di offrire il suo servizio prima in italiano e dopo, forse, in inglese. Le università non possono pensare di fare dei corsi di imprenditorialità limitandosi ad esempi e contesti italiani.

Per tutti questi motivi, credo che, almeno in questo momento, sia meglio provare a far crescere una startup WEB nella Valley, piuttosto che in Italia. Secondo me, Augusto ha fatto la scelta giusta. In Italia nessuno ha voluto ascoltarlo, cosa avrebbe dovuto fare? Abbandonare tutto e fare altro? NO! Ha deciso di provarci nella mecca della tecnologia, ha avuto il coraggio di lasciare il paese che non lo ha capito e non lo ha aiutato.

Se vogliamo cambiare le cose in Italia, ed evitare che i giovani vadano oltre oceano, è ora di smettere di fare solo chiacchiere. Servono i fatti!

Autore: Stefano Passatordi, per il TagliaBlog.

Da oltre 20 anni, fornisco consulenze per aziende e professionisti, che vogliono sviluppare il loro business, aumentando i clienti, in modo serio e produttivo, utilizzando le ultime tecnologie e nel pieno rispetto delle normative vigenti in materia.
×
Da oltre 20 anni, fornisco consulenze per aziende e professionisti, che vogliono sviluppare il loro business, aumentando i clienti, in modo serio e produttivo, utilizzando le ultime tecnologie e nel pieno rispetto delle normative vigenti in materia.

35 Comments

  • andrebbe fondato un social network per gli start upper e per gli investitori in modo che possano rendere un italian valley qualcosa di possibile.

    Reply
  • Ciao Stefano,

    ho letto il post e l’ho trovato interessante.

    Una sola annotazione.
    Che il contesto della Silicon Valley sia un facilitatore per la crescita di startup web mi sembra un fatto ormai piuttosto “assodato”.

    Ciò detto, fare startup web in Italia è assolutamente possibile. E anche da noi ci sono diversi casi di successo: es. Balsamiq oppure i meno noti Lightstreamer e NoMachine.

    Il punto è che se vogliamo fare startup web in un paese come l’Italia, che non è particolarmente maturo dal punto di vista del capitale di rischio, dobbiamo avere altri modelli di riferimento.

    Altri rispetto ai vari Facebook, Twitter e compagnia.
    Altri cioè rispetto a quei modelli che richiedono investimenti più o meno significativi prima di arrivare a raggiungere una condizione di sostenibilità economica.

    Sarebbe forse più ragionevole prendere come esempio i casi delle tante piccole 37Signals che esistono anche in Italia (es. le tre che citavo sopra) e che nascono in maniera auto-finanziata, senza l’aiuto di investitori esterni.

    Questo tipo di pratica è ragionevole e possibile nel settore dei servizi web b2b (stile Basecamp, Zoho e similari, dove cioè vale l’equazione “1 utente = 1 cliente”), mentre è molto più complicata nel settore del web b2c (stile Facebook, Twitter e compagnia, dove l’equazione “1 utente = 1 cliente” non funziona e dove anzi è l’utente – nei suoi annessi e connessi – ciò che viene poi venduto a dei clienti che spesso e volentieri sono tutti da immaginare).

    In quest’ultimo caso (cioè qualora si volesse sviluppare una startup web b2c), forse la Silicon Valley è la scelta migliore. Più per la rete relazionale con potenziali partner che per i capitali, che volendo si possono trovare anche in Europa (rif. Londra, Parigi).

    Tuttavia nel caso di una startup web b2b, beh, forse vale la pena di provare a restare qui in Italia. O no?

    Ciao,
    Nico

    Reply
  • @Dimitri Ciao Dimitri, il blog non è aggiornatissimo…lo ammetto…ma non è aggiornato al giorno di apertura 😀 e poi lo abbiamo cambiato da poco, mi sa che si è pezzo qualche pezzo per strada!

    Stiamo organizzando il prossimo evento a Roma, uscirà sul blog domani 😉

    Ciao!

    Reply
  • Sono estremamente interessato al gruppo upstart Roma ma vedo che il blog ufficiale è tristemente aggiornato al giorno di apertura del blog 🙂

    Io sono uno di quelli che sono riusciti ad arrivare a mangiare (non al ritz ma neanche da zi peppe ar buchetto, diciamo che incasso ormai al netto l’equivalente di un quadro di medio livello) con un impresa web fondata in Italia.

    Ho molto da condividere in termini di burocrazia/fiscalità/idee e moltissima voglia di ascoltare persone che hanno idee, capacità e voglia di fare che siano abbastanza vicine da andarsi a prendere una birra al pub per discutere!

    Quindi Stefano, conto su una tua mail con qualche info per incontrare questo interessantissimo gruppo di cui fai parte.

    Saluti! Dimitri

    Reply
  • @Stefano: Concordo che la comunicazione a volte è scarsa per colpa nostra…

    A volte la comunicazione non riesce ad arrivare da un reparto all’altro dell’ufficio, ad esempio tra grafici e webmaster….

    FIGURIAMOCI da Nord a Sud…:p

    Reply
  • @ Stefano: Non voglio andare off topic, sentiamoci, non sono un VC, ma ho sviluppato una grossa rete di contatti, tra clienti e partner. Se c’è modo di creare sinergie tra più entità sono disponibilissimo! ;o)

    Reply
  • @Adriano Concordo, ma nel nostro piccolo anche noi non facciamo tanto 🙂 Io è un anno che vivo a Roma e solo adesso ho saputo che esiste un Polo Tecnologico…eppure da 12 mesi frequento questo ambiente, anche in maniera attiva con il gruppo upstartroma.com.

    Manca la comunicazione, manca la cultura del network…e poi c’è tutto il resto che hai citato tu.

    Reply
  • @ Stefano
    In realtà esistono situazioni di questo tipo, ad esempio io mi trovo al Polo Tecnologico di Roma, qui ci sono molte start up… il problema mi dirai è che forse solo noi ci occupiamo di web, le altre aziende e microaziende hanno a che fare con la tecnologia intesa in modo tradizionale (pannelli solari, reti wifi, software off line ecc.)

    Il vero problema è che manca la capacità dei politici e degli amministratori pubblici di avere una visione moderna.

    Chi fa web non sempre viene inquadrato come ramo tecnologico, c’è molta, moltissima ignoranza in merito.

    Da noi il web è ancora una cosa da scoprire, non da valorizzare e sfruttare per crescere. In un paese come il nostro, è assurdo ancora pernsare ad aprire fabbriche di auto, sono le start up del web e dell’innovazione che potrebbero far tornare l’Italia tra le nazioni che innovano e crescono grazie ai cervelli e non ai muscoli ed al sudore della fronte.

    Ma qui si tagliano fondi all’istruzione, si ostacola la banda larga, non si finanziano le vere innovazioni. I soldi sono destinati a pseudo-centrali nucleari, ai ponti sullo stretto e così via.

    Reply
  • @Matteo Ciao Matteo, hai ragione, ci vorrebbero più posti comuni. Il problema è che in Italia siamo tutti sparsi dal sud al nord. Nella Valley si concentrano tutti in un raggio di max 100km. Questa è la vera differenza! In un’ora di macchina al max (traffico permettendo!), puoi raggiungere la startup che è più lontanta da te…in Italia, per adesso, questo non esiste.

    Reply
  • Da startupper vorrei innanzitutto ringraziare Stefano: un modo per fare crescere le cose qui in Italia è sicuramente quello di condividere le proprie esperienze…
    In secondo luogo, ritengo che l’equilibrio tra andare avanti con i propri soldi e cercare finanziamenti sia molto difficile da trovare: noi stessi ci stiamo accorgendo infatti che, dal 2008 quando abbiamo iniziato a ‘scrivere’ la ns. applicazione, piano piano si stanno affacciando realtà sempre più importanti sulla nostra nicchia di mercato e li’, ovviamente, i soldi possono fare la differenza, in quanto a velocità di sviluppo del prodotto.
    Per il resto mi piacerebbe veramente vedere dei luoghi comuni dove scambiarsi esperienze tra startupper, noi qui a Bologna cerchiamo di rimanere in contatto con le realtà (anche molto interessanti) del territorio, sarebbe interessante però fare più networking ed avere posti comuni dove potere parlare insieme, scambiandosi esperienze e consigli: la Silicon Valley, infatti, è nata proprio da questo…

    Reply
  • Bravissimi Stefano bisogna fare luce. Nessuno dal cielo castigherà chi vuole cambiare paese (da premettere che il fattore lavoro è soltanto una delle varianti dell’esistenza), e nemmeno deve sentirsi in colpa, io mi sento cosmopolita, non provinciale, per quale motivo bisogna difendere a tutti costi un paese, soltanto perchè ci si è nati? Ognuno sceglie il proprio cammini, dentro o fuori l’italia, senza rendere conto a nessuno. Che poi i “lamentosi italiani” dicono di restare perchè hanno paura di nuove sfide o di trovare un veritiero lavoro imprendintoriale, perchè hanno paura di fallire, quello è un’altro discorso.. 😀

    Reply
  • @Gianluca Condordo in pieno. Può essere difficile in alcuni casi, ma non impossibile. Sul rischio è vero che bisogna ridurlo al minimo..bisogna stare attenti a non perdere belle idee a favore di un rischio più basso. Chi non risica non rosica 😉

    Reply
  • @Stefano: Credo che il campo del Web sia particolarmente agevolato, nel senso che non occorrono grossi investimenti in attrezzature. Ho fondato nel 2001 una software house, che si occupa di informatica tradizionale, e nel 2007 una “start-up”, che si occupa di “mobile”. I primi anni della start-up sono stati finanziati dal lavoro della società tradizionale, poi, solo successivamente, è entrato un business-angel. Quello che voglio dire, è che con un pò di impegno è possibile ritagliare il tempo sia per avere entrate “normali”, che per investire su nuovi progetti. E questo, credimi, ti aiuta tantissimo perchè inizi fin da subito a fare impresa!! E’ vero che nel VC c’è il rischio, ma anche è vero che si cerca di ridurlo al minimo .

    @thesp0nge: Gli investitori si chiedono cosa sa fare il team. Se ha realizzato da solo un prototipo, se hanno lavorato un anno automantenendosi con le loro capacità, è segno di “saper fare”. E questo è un fattore fondamentale nella scelta. Ovvio che i dati economici sono importanti, ma tutti sanno perfettamente che si tratta di stime. Il realizzare un BP significa però affrontare lo sviluppo di un’impresa con cognizione di causa e competenze. Più che il valore stesso dei numeri e del prototipo, conta il metodo.

    @Recupero domini in scadenza: Nessuno ti chiede di fare tutto da solo, ma di fare almeno qualcosa da solo 🙂

    Reply
  • Verissimo quello che dice Gianluca qualche commento poco sopra. Però è anche vero che, in casi di idee veramente buone dovrebbe almeno esserci la possibilità di essere appoggiati in qualche modo. Non sempre infatti è possibile fare tutto da soli. In altri paesi, l’attenzione alle “buone idee” è assolutamente superiore che in Italia dove le buone idee sono viste male.

    Come dice Maurizio “il dubbio che in America sia “più facile” resta.”..onestamente lo definirei più di un dubbio.

    Reply
  • @Stefano: ho letto il tuo blog e sono molto d’accordo. Pero non sono completamente d’accordo che il mercato e tutto globale e infatti vedo tanti possibilita di addattare technologie e approcce che hanno avuto successo al estero al mercato Italiano.

    @Fabio Zaccarella: commento perfetto, sono 100% d’accordo!
    bisogna che un altro modo di pensare (meno idea piu execution) e che é un segno positivo che ci sono concorrenti, vuol die che esiste un mercato.

    (chiedo scusa per gli errori, non scrivo molto spesso in Italiano)

    Reply
  • @Gianluca Concordo pienamente con te ed è per questo che dico sempre che trai founder devono esserci dei tecnici per realizzare almeno un prototipo.
    Però, c’è anche un altro discorso da fare. Non tutti hanno l’opportunità di poter lavorare a tempo pieno su un prototipo senza avere delle entrate. Per questo, all’inzio i founder cercano finanziamenti.
    Credo che la differenza tra un investitore bravo ed uno meno bravo sia proprio la capacità di “fiutare” una buona idea, anche se è solo su carta, e capire subito se il team può essere all’altezza della situazione.

    Tra i vari commenti di questi giorni, ne ho letto uno che dice che i finanziatori non fanno opere di carità. Verissimo, allora la mia domanda è:”Quale è il limite tra l’opera di carità ed accettare il rischio intrinseco che fa parte dell’attività di un VC” ?

    A questo punto, tutte le persone, con pò di soldi da investire, potrebbero fare il VC. Tutti investono in progetti “sicuri”, è semplice.

    Reply
  • @Gianluca: temo, ma spero mi stia sbagliando di grosso, che la maggioranza degli investitori italiani non abbia la sensibilità di chiedere la demo in favore di stime monetarie.
    Pensiamoci bene, ai colloqui per posizioni da sviluppatore, viene chiesto assai raramente di scrivere codice o anche solo di fare un mockup di una API.

    Stefano, bel post. Grazie!

    Reply
  • Ecco un’altro bellissimo articolo che completa il quadro della situazione dando una chiara completa della situazione….

    Torniamo a lavorare allora….ehehe!

    Reply
  • Ciao a Tutti.
    Credo che nell’articolo, ci sia una frase che ha un peso enorme: “accendi il PC e fammi vedere di cosa stiamo parlando”. Questo implica che ci sia già un prototipo funzionante, che il team abbia già lavorato sodo e dimostrato quello che sa fare, insomma, implica che il progetto non sia solo un’idea e al massimo una presentazione PPT.
    Seguendo la discussione che c’è stata, mi è sembrato invece che tanti abbiano le idee, e sono convinti che questo sia sufficiente !! Una buona idea non vale niente se non si è capaci di realizzarla.

    Reply
  • Quoto in toto Ilaria Cardani sulle riflessioni circa la cultura americana.

    Reply
  • Complimenti per l’articolo che non solo è molto equilibrato ma è soprattutto chiaro, riporta e racconta un’esperienza personale e non fa leva sui “si dice” e sulle facili generalizzazioni.

    Il commento che mi sento di fare è che gli americani sono pratici e, come si dice ( 😉 ) da sempre, pragmatici: aprono le porte a tutti perché sono consapevoli che “non si sa mai da dove possa arrivare una buona idea” e sono pronti a vedere opportunità dovunque.

    Puo’ darsi che vivano in un contesto che fa avere loro meno paura del rischio e del futuro e questo loro atteggiamento alimenta un circolo virtuoso.
    Probabilmente hanno leggi, regole e norme che tendono a oliare gli ingranaggi del sistema e non, come in Italia, a metterci della sabbia.

    E, poi, secondo me, come tutti gli anglosassoni, hanno un senso civico forte ed estremamente costruttivo: sono convinti che il bene comune sia bene per l’individuo e dunque credono che la creazione di valore sia un “bene in sé” anche se non è finalizzata immediatamente al loro vantaggio: credo che sia questa filosofia di vita la base del ragionamento del giovane startupper pronto ad aiutare un altro investitore prima che a farsi aiutare. E di molti altri.

    Grazie ancora per le preziose riflessioni.

    Reply
  • Complimenti per l’analisi : concreta, chiara, completa ed in termini positivi.

    Reply
  • Adriano ma sei il figlio di Angelo, quello che monta i video???:-)

    Io personalmente penso, e intanto mi complimento per l’ottimo articolo, che ce la si possa fare anche in Italia, semplicemente con maggiori difficoltà, così grandi che forse i più giovani sono quasi “allontanati” dalla prospettiva di mettersi in proprio o di comunque intavolare una carriera di questo tipo.
    Negli USA secondo me è + facile, è proprio una questione di mentalità. Io ho avuto la fortuna di viverci un pò e l’ho proprio potuto vedere sulla mia pelle
    Emmanuele

    Reply
  • Il problema in italia è che siamo paurosi.
    Rompiballe, invidiosi dei ragazzi e tanto altro.
    Paurosi perchè se vai a presentare un’idea, ti risponderanno:
    “non si puo’ percè blablablablablabla” oppure, la migliore: “C’E’ GIA'”.
    Se vuoi fare un social network, c’è gia’ Facebook.
    Vuoi fare microblogging, c’è gia’ twitter, vuoi fare check-in localizzati, allora c’è già foursquare.
    Non si pongono il rischio di dire:
    “vediamo, magari l’idea è migliore.” (Facebook è nato dopo myspace, twitter dopo tante altre applicazioni, foursquare dopo gowalla e altre pure lui, e nessuno ha detto niente.)
    Rompiballe perchè se non hai un foglio con numeri allucinanti e che spesso sei costretto ad inventare, allora niente.
    Invidiosi dei giovani. Vai a dire ad un manager che quel ragazzino di 60kg che ha davanti non solo ha meno anni di lui e potrebbe essere suo figlio, ma è molto più competente di lui.

    Reply
  • Secondo il mio parere in USA fare, creare, partecipare a startup al fine di quotarle in borsa e moltiplicare gli investimenti iniziali è un’industria ingegnerizzata e consolidata. Da noi è ancora artigianato, magari alto artigianato (vedi Tiscali) ma non ancora industria.

    Reply
  • @Adriano Ciao Adriano, cercare finanziamenti non è obbligatorio. Tutto dipende dai founder. Se sono in grado, con le loro risorse, di poter avviare il progetto e portarlo avanti..allora benissimo. Altrimenti, un progetto, per quanto semplice, ha sempre bisogno di un piccolo intervento economico…almeno per la sopravvivenza dei fondatori stessi 🙂

    In tutti i casi, il vero valore aggiunto di un investitore non sono i soldi, ma i contatti che dovrebbe fornirti. Il network è molto importante per la crescita di una startup.

    In bocca al lupo per la tua iniziativa 😉

    Reply
  • Ciao, ho letto con grande interesse il tuo post, innanzitutto complimenti!

    Mi sorge una domanda spontanea però… anche io ho una startup… ma non cerco finanziamenti.

    Ho iniziato con 0 euro e ogni centesimo guadagnato l’ho reinvestito nel progetto. Sono un pazzo a pensare che si possa crescere anche senza finanziamenti?

    Non è possibile pensare ad un progetto che crescendo si autofinanzi?

    Cito una tua frase: “tutte le startup (web) sono sul mercato globale”

    Quindi non c’è modo di tirarla su senza soldi altrui?

    In realtà credo che un buon progetto sin dalla nascita abbia un focus anche su come monetizzare, non solo sul servizio offerto.

    Sarà che sono un pessimista ed ho smesso di cercare finanziatori lo stesso giorno che ho iniziato a farlo (mi sono detto: con i soldi degli altri tutti ce la possono fare)

    Con questo non voglio assolutamente dire che cercare finanziatori sia sbagliato, anzi, in alcuni casi è essenziale, immagino che alcuni progetti richiedano molte energie anche a livello di macchine fisiche… però rimango comunque perplesso ;o)

    Reply
  • E’ il terzo post sull’argomento, forse il migliore perché chiude il cerchio.
    Forse non sarà così per sempre ma la situazione è questa:

    “Se con il web ci vogliamo mangiare, dall’Italia ce ne dobbiamo andare”

    Naturalmente questo non vale per tutti e Davide ne è un brillante esempio ma il dubbio che in America sia “più facile” resta.

    Reply

Rispondi

Max Valle
Max Valle

Da oltre 20 anni, fornisco consulenze per aziendee professionisti, che vogliono sviluppare il loro business, aumentando i clienti, utilizzando le ultime tecnologie e nel pieno rispetto delle normative vigenti in materia.

Iscriviti alla Newsletter
Main sponsor
logo kleecks

Sponsor

Italia, investitori e startup
Scroll to Top