Sei imprenditore o dipendente?

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su whatsapp
Condividi su telegram

Il mio professore di economia dell’università mi disse che la maggior parte delle persone ha un’avversione al rischio. Il che significa che devono essere ben pagate per assumere tale rischio: più grande è il rischio, più sono i soldi che devi dare a queste persone per farglielo correre.

Prendiamo decisioni relative ai rischi/benefici ogni giorno. Dovrei andare a sciare e provare l’ebbrezza della discesa, anche se c’è una piccola probabilità che mi spacchi un ginocchio? Dovrei andare al college, o è meglio che mi trovi un lavoro e inizi da subito a guadagnare? Dovrei mangiare fibre e cibi sani, o è meglio un cheeseburger? Dovrei andare al bagno prima dell’inizio del film?

Ogni volta che facciamo o non facciamo qualcosa, c’è un algoritmo di rischio/beneficio che viene calcolato dal nostro cervello.

Per gli imprenditori, però, è diverso. Non hanno bisogno di ricevere una ricompensa per correre un rischio, perché traggono un’utilità dal rischio stesso. In altre parole, amano l’avventura.

I soldi e i rischi necessari per avviare un’impresa sono enormi. Solo una piccolissima parte di imprenditori diventa ricca. E la maggioranza di essi farebbe probabilmente più soldi, e avrebbe anche relazioni personali più stabili, se solo lavorasse per qualcun altro.

Da giovane facevo l’avvocato per grandi aziende, e guadagnavo un’ottimo stipendio rappresentando le startup tecnologiche della Silicon Valley. Avrei avuto la possibilità di diventare socio dello studio in 7-8 anni e quindi guadagnare un milione di dollari all’anno, prima dei 40 anni. Tutto ciò che avrei dovuto fare era lavorare soldo e portare clienti. Ed ero bravo in entrambi i campi.

Ma ho mollato solo dopo 3 anni per entrare in una startup. E il motivo per cui l’ho fatto si chiama avventura. Volevo far parte del gioco, non volevo solo stare a guardarlo. I miei genitori pensavano fossi pazzo. Ancora oggi non hanno ben capito cosa faccio per vivere, ed erano parecchio arrabbiati di aver speso i loro soldi per farmi laureare in legge per poi vedere che avevo mollato tutto prima dei 30 anni.

Ma l’ho fatto comunque. Poi ho lasciato la prima startup per fondare la mia. E non ho mai guardato indietro da allora. La mia prima azienda ha fatto fare un sacco di soldi ai venture capitalist – circa 30 milioni di dollari – ma quasi nulla ai fondatori. Le startup che ho fondato dopo hanno avuto risultati fra lo scarso e il mediocre. Ma in nessun momento ho mai pensato di trovare un “vero lavoro”. Per me sarebbe stato un mondo in bianco e nero, mentre io volevo il technicolor. E inoltre odio lavorare per gli altri, non son davvero capace a farlo.

Quando parlo con i non-imprenditori circa il mondo delle startup uso spesso l’analogia del pirata. Non perché sappia molto dei pirati, ma perché in generale gli stereotipi funzionano bene come analogie.

Perché alcune persone del 17° secolo diventavano pirati? Immagino perché si potevano guadagnare montagne di soldi. C’era una piccolissima probabilità di fare una fortuna, ed una altissima possibilità di finire annegato, impiccato, ucciso, o cose simili. E vivere su una piccola nave con un centinaio di altri brutti ceffi doveva essere una schifezza.

Nelle mie fantasie sul mondo dei pirati penso che questi ragazzi se ne fregavano altamente dei rischi, e che l’idea di arricchirsi è solo una delle componenti dell’impresa: eppure la caccia al tesoro è la vita stessa dei pirati (oltre al fatto che era quasi impossibile fare l’imprenditore in quel periodo).

Ora stiamo invece scoprendo che la maggior parte delle persone della Silicon Valley hanno una avversione ai rischi. Calcolano attentamente i potenziali benefici di una startup prima di entrarci, guardando sia allo stipendio che alle stock option. E anche il valore che, a livello di curriculum vitae, quelle società potranno portare loro.

Alcune delle persone più ricche che conosco non sono realmente degli imprenditori. Hanno lavorato in HP, e poi si sono spostati in Netscape quando ha fatto il botto. Han guadagnato una fortuna e quindi sono andati in Google a guadagnare un’altra fortuna. E ora sono andati in Facebook.

Possono essere ottimi ingegneri, venditori, marketer, o dirigenti. Ma non sono imprenditori.

Non importa se sei un miliardario. Se non hai mai fondato una tua startup, se non hai mai scommesso il tuo cv e i tuoi soldi e forse anche il tuo matrimonio per fare una cosa folle per i fatti tuoi, non sei un pirata e non fai parte del club.

Il brivido della tua prima assunzione, dell’essere riuscito a convincere qualche altra anima folle ad unirsi al tuo progetto quasi sicuramente fallimentare. Il trovare un finanziamento di un venture capital e vedere il tuo nome citato sulla stampa. L’emozione del lancio e… dei primi clienti! E la sensazione di imparare qualcosa di veramente utile, anche se non hai ben capito cosa, quando l’azienda va a rotoli e fallisce.

Queste sono persone interessanti, che hanno storie da raccontare. Persone che sono state nell’arena.

Ci sono un sacco di cose che probabilmente non proverò mai nella mia vita. Il combattimento militare. Essere il dittatore di un piccolo stato del Centro America. Fare una schiacciata a basket. Diventare una famosa rock star. O camminare su Marte.

Ma una cosa che sono stato, e sarà per sempre, è essere un imprenditore. E, cazzarola, è una cosa che fa sentire bene. Perché se oggi fossi un avvocato, magari un ricco avvocato, mi sarei sempre chiesto se avessi avuto la stoffa di fare della mia vita qualcosa di più avventuroso che lavorare per qualcun altro.

Liberamente tradotto da Are You A Pirate? di Michael Arrington.

Da oltre 20 anni, fornisco consulenze per aziende e professionisti, che vogliono sviluppare il loro business, aumentando i clienti, in modo serio e produttivo, utilizzando le ultime tecnologie e nel pieno rispetto delle normative vigenti in materia.
×
Da oltre 20 anni, fornisco consulenze per aziende e professionisti, che vogliono sviluppare il loro business, aumentando i clienti, in modo serio e produttivo, utilizzando le ultime tecnologie e nel pieno rispetto delle normative vigenti in materia.

28 Comments

  • Ragazzi anchio laureato Bocconi in legge, carriera da avvocato in Bonelli assicurata e ora pirata con un idea chi vuol diventare pirata con me si aggiunga ora nel mondo calzaturiero sportivo!

    Reply
  • Bello, bello, bello.

    Tosto sto Micheal.

    Considerando quanto guadagno ed i rischi che corro tutti i santi giorni, mi posso ben mettere tra gli imprenditori. Non foss’altro che sono 12 anni che resisto, innovo quando posso, scruto l’orizzonte tutti i giorni e prendo decisioni ogni minuto.
    Chissà forse un giorno (a 70 anni) arriverà anche il mio momento. Tanto non demordo. C’ho la “scorza” dura.
    :-))

    ciao
    MAX

    Reply
  • Sono stato un lavoratore dipendente con uno stipendio che tutto sommato non faceva schifo, preso dalla noia da posto fisso ho voluto fare l’imprenditore.
    Conclusione: si stava meglio quando si stava peggio.
    Almeno per ora 🙂

    Reply
  • Pur essendo un fanatico di quello che io chiamo “LifeStyle Design”, non posso che essere d’accordo con Emanuele (qualche commento sopra di questo).

    Il post ha un profondo carattere manipolatorio, in quanto la mette giu’ sostanzialmente cosi’:
    – dipendente = sfigato
    – imprenditore = figo

    Solo che e’ una distinzione campata in aria e “leggermente” di parte :-))

    Ho avuto a che fare professionalmente con molti “pirati” ed anche con molti dipendenti, sia in Italia che all’estero.

    E le persone felici e soddisfatte sono equamente distribuite in entrambe le categorie, cosi’ come le persone che non lo sono.

    Per cui invece che glorificare una scelta o l’altra… non sarebbe meglio fare la scelta che e’ piu’ adatta a noi?

    Reply
  • Anche perché il vero imprenditore, a differenza di quello improvvisato, rischia in modo controllato. No no, è solo un discorso di PAPPA PRONTA vs SMANAZZATELA DURAMENTE. Tranquilli. 😉

    Reply
  • Io non credo che sia un discorso di rischi/benefici. Io credo sia un discorso semplice semplice di PAPPA PRONTA vs SMANAZZATELA DURAMENTE.
    Tutto qui.

    Reply
  • Questo post non dice nulla di nuovo, secondo me. Ma sentir ripetere delle sacrosante verità è sempre un piacere.

    Reply
  • Se aprire startup quasi certamente fallimentari vi fa sentire bene scusate ma siete dei poveri pirla…

    Reply
  • Suggestivo. Candido, per certi versi. Qualcuno forse dovrebbe spiegargli che i pirati non erano quelle dolci educande che s’immagina lui. Stupratori, ladri, falsi e inaffidabili, crudeli assassini ecc. Messa così vorrei vedere chi si compiacerebbe del paragone. Vabbè.

    Trovo abbastanza banale anche la suddivisione dipendente=timoroso e imprenditore=avventuriero. Che noia. E’ lo stesso modo di pensare che porta a ritenere che ci siano lavori di serie A e lavori di serie B, che è un’emerita sciocchezza.

    Tanta retorica per nulla.

    Ps. Sono un libero professionista, contento di esserlo. L’orgoglio lo riservo per altre cause. Scusate l’acredine.

    Reply
  • Oggi come oggi il rischio c’è intrenseco anche al ruolo di dipendente, e non è abbastanza remunerato.
    Anche un dipendente assunto a tempo indeterminato rischia ogni giorno il fallimento della sua posizione. E spesso pagati anche molto poco.

    Quindi per rispondere meglio impiegati o imprenditori, forse andrebbe visto che tipologia di impiegati e che tipologia di imprenditori…

    Reply
  • Ti vorrei ringraziare Davide, per il grande lavoro che fai di traduzione, selezione e proposta di articoli come questi che raccontano la storia di molti di noi e, in fondo, ci fanno sentire bene. 🙂

    Reply
  • bellissimo post, grazie della traduzione… fieramente libero professionista 😉

    Reply
  • Bellissimo Post,
    mi ci ritrovo, sembra quasi che si parlasse di me… con l’unica differenza che io non ho + un soldo x ora (divorati dalla vecchia azienda)… e devo rifarne di nuovi.

    Un’avventura è così che va!.. 🙂

    Reply
  • Bel post.
    Sarebbe ancora più bello se fossi a leggerlo in un ufficio di New York (o in terra americana) dove le cose scritte potrebbero davvero avverarsi e calzerebbero a pennello.

    Siamo in Italia, con la pressione fiscale ai massimi livelli e con le aziende clienti che usano la scusa della “famosa crisi” per chiederti di più a meno, quando ti pagano.

    Un saluto a tutti
    Ciao

    Reply
  • Mannaggia a te Davide, non vanno pubblicati questi post… che mi viene voglia di provare a fare il pirata! 🙂

    Reply
  • 😀 Bel post, anche se non sono affatto convinta che le persone non amino il rischio o amino solo quello calcolato. In realtà in molti infilano una serie di stupidate nella loro vita, estremamente rischiose e sul serio: provate a viaggiare in autostrada la domenica pomeriggio d’estate e guardate quanti intelligentoni rischiano per nulla (in realtà non è per nulla, è il loro modo per fare i pirati, ma su questo blog non è il caso di dire come la penso davvero al proposito).
    Per non parlare poi dell’alimentazione o di quanto sia rischioso il rischio zero: per esempio rimanere dipendenti tutta la vita con uno stipendio appena al limite della sopravvivenza. Ti garantisci una vita di sopravvivenza e una vecchiaia… bah…
    Detto questo, a proposito dell’imprenditore-pirata, Michael Arrington si è dimenticato di citare un passaggio fondamentale: cioè di quando tu illustri il tuo progetto a sedicenti esperti del settore, questi non lo capiscono e te lo “smontano” dall’inizio alla fine. E smontando il tuo progetto, loro sono convinti di smontare anche te. Ma che pirata saresti, se ti facessi smontare dal primo saputone che passa??

    Reply
  • Quasi tutti siamo avversi al rischio, chi più chi meno.

    Se si chiede, pure ad un imprenditore di startup, cosa preferisce fra:

    A) rendimento garantito di 100
    B) 50% di probabilità di guadagnare 200 e nulla in caso contrario.

    difficilmente risponde B.

    Se non fosse così non esisterebbero le assicurazioni.

    Ci sono però situazioni particolari invece in cui c’è un’amore per il rischio,
    quando il capitale investito è relativamente basso rispetto alle disponibilità dell’investitore, e c’è la possibilità di un guadagno molto alto con una bassissima probabilità.

    Fra

    A) rendimento garantito di 100
    B) 99,9% di probabilità di guadagnare 99 e 0,1% di probabilità di guadagnare 99.900

    molti scelgono B.

    Esempio casinò, superenalotto, …

    NB: in entrambi gli esempi il rendimento atteso delle due soluzioni è identico.

    A parte queste considerazioni, condivido lo spirito motivazionale dell’articolo.

    La paura (ora diventata eccessiva avversione al rischio) era utile alla nostra specie quando viveva nella giungla, aiutava a scampare da pericoli di vita.

    Mentre da una parte ci siamo impossessati del territori e la parte razionale del nostro cervello si è evoluta, dall’altra quella primordiale, da dove partono le sensazioni e le emozioni è cambiata poco.

    Il nostro inconscio non si è ancora accorto che non esistono più leoni che ci possono sbranare, ben venga tutto ciò che può farglielo capire.

    Reply
  • E indovina quali sono i pochi imprenditori che riescono a sfondare dei tanti che provano? Quelli che calcolano meglio il rischio! xD

    Reply
  • Peccato che da noi un avvocato dopo 7-8 anni di lavoro non credo che riesca a mettersi in tasca 1mln da dipendente….. E parallelamente anche l’imprenditore fa numeri molto ridotti…

    Al di la di questo il post e’ forte, mi fa sentire uno che e’ nell’arena, e non riuscirei a fare a meno di quel mix di adrenalina, paura e precarieta’…. Ma forse mi abituerei anche a fare il dipendente a 1mln all’anno, e con le 6 settimane di ferie mi darei da fare con sport estremi e macchine veloci 😉

    Reply
  • Queste si che sono storie interessanti.

    Mi sarebbe piaciuto sapere di più a riguardo delle sue startup peró, resta troppo sul vago.

    Reply
  • La penso esattamente cosi. Credo però dipenda dalla persona, dal carattere, dalla forma mentis. Io se facessi il dipendente non sarei felice, stimolato, realizzato. Certo, non è una passeggiata, ma come ogni cosa che ti sudi, che fai nascere, crescere… si ha una soddisfazione particolare.
    Mi sono scolpito in mente una frase del film Braveheart: “Tutti prima o poi muoiono, ma in pochi vivono veramente”

    Reply
  • Bellissima storia e, perchè no, bellissima lezione di vita. 🙂
    Sono questi i post che danno la forza di andare avanti!
    Grazie mille Davide.

    Reply
  • Aria di positività, è quello che ci vuole

    “…Non importa se tu sei Leone o Gazzella, comincia a correre”

    Si, ma se corri per qualcosa che non ti piace prima o poi rimarrà solo il senso di vuoto

    Reply

Rispondi

Max Valle
Max Valle

Da oltre 20 anni, fornisco consulenze per aziendee professionisti, che vogliono sviluppare il loro business, aumentando i clienti, utilizzando le ultime tecnologie e nel pieno rispetto delle normative vigenti in materia.

Iscriviti alla Newsletter
Main sponsor
logo kleecks

Sponsor

Sei imprenditore o dipendente?
Scroll to Top