“Il Post” ce la può fare. Ma anche no.

Interessante la discussione che si è sviluppata in questi giorni intorno a Il Post.

In poche parole: Sergio Maistrello intervista Luca Sofri circa l’andamento de Il Post, e a ruota un po’ di gente inizia a fare i conti in tasca all'”Huffington Post italiano”: fra questi Zambardino e Russo (di Repubblica.it), così come Sisti e Il Giornalaio.

Io, a differenza di altri, preferisco non partire da quanti soldi può/potrà fare Il Post, ma da quanto può costare attualmente (perdonami, son davvero conti della serva).

Ne Il Post ci lavorano 7 persone (un direttore, cinque redattori, e una segretaria). Non so se lo facciano full time, non so con che tipo di contratto, ma diciamo che se fossero tutti a tempo pieno e con un contratto tipico italiano a spanne fanno almeno un 15.000 euro/mese di costi in risorse umane.

Gli altri costi di un editore che produce tutto via web da un ufficio e NON ha inviati (e quindi costi relativi a viaggi/trasferte) sono esclusivamente quelli dell’affitto dell’ufficio, delle utenze (acqua, luce, gas, telefono, connettività) e quelli degli strumenti tecnologici (a parte i vari PC e stampanti, va calcolato il canone della banda Internet e del/dei server, e relativa manutenzione). Diciamo al massimo un 5.000/mese, che sommati a tutto il resto fanno un 20.000/mese di costi complessivi (andando larghi).

E ora le revenue: un sito, un blog, un forum, insomma un editore online, campa di pubblicità. E solo di pubblicità (nell’attesa che Murdoch si inventi un modello di business alternativo). Per fare ‘sti benedetti 20.000 euro al mese, devi quindi vendere campagne pubblicitarie per più di 660 euro al giorno, inclusi festivi, incluso Ferragosto, Natale e Capodanno.

E se Il Post fa (come scovato da Russo su Audiweb e più o meno confermato da Google Trends for Websites) 15.784 utenti e 44.000 pagineview al giorno è dura, molto dura.

OK che son dati di Luglio (Lani, hai ragione!), OK che Il Post ha solo 5 mesi di vita, OK che a Settembre (e, solitamente, a Gennaio) i siti editoriali guadagnano utenti e pagine, ma tirar su 20.000 euro al mese da (diciamo) 1 milione e mezzo di pagine è francamente una roba da “Mission Impossible”: il CPM che ne viene fuori è un numero che ho visto scritto solo su certi preventivi dei bei tempi andati (e non credo replicabile costantemente sul 100% dei banner venduti da un sito web).

Ma ragionare (come han fatto tanti) solo sulla pura vendita di banner a CPM è comunque un discorso assai restrittivo per un giornale online che fa numeri tutto sommato piccoli – come appunto Il Post – che non può pensare quindi di scalare in fretta su un traffico esorbitante: ci sarebbero da vendere cose più “rich media”, tipo intropage, interstitial, overlayer, skin e tutti quei bei formati tanto remunerativi quanto invasivi e fastidiosi.

Oppure bisognerebbe profilare l’utenza per capire se è del tipo sognato da tutti gli inserzionisti (= “alto spendente” 🙂 ), e poi provare ad inondarla di DEM.

O anche aspettare il tanto atteso botto del mobile e capire quanti soldi ci si può cavare con quel mezzo (vedo che in fondo a destra sulla Home Page del Il Post c’è la scritta “Presto anche in versione mobile”… se la piattaforma è WordPress, basta metterci un plugin), e passa la paura).

Ma a parte tutte queste valutazioni, che non sapendo i numeri possono essere completamente errate, quello che io temo davvero è che sia difficile trovare un pubblico NUMEROSO adatto a Il Post. Temo sia difficile spostare una parte dei milioni di utenti che quotidianamente stanno su Corriere.it e Repubblica.it (spesso su entrambi) e indirizzarli verso la creatura di Sofri. Si, perché alla fine se un utente deve leggere una “notizia orizzontale” di cronaca o politica (e non una ultra-verticale, tipica di certi blog) lo fa su contenitori presenti online da anni. O magari, se è un po’ “alternativo”, va a leggerla su Il Fatto Quotidiano.

Il Post “è un prodotto elitario per maggioranze” disse Sofri ad Anna Masera in un’intervista su LASTAMPA.it di cinque mesi fa. Io credo invece che senza una botta di comunicazione/marketing (o anche politica?) di quelle forti, Il Post rischia di rimanere solo un prodotto elitario, senza le auspicate “maggioranze”. Le quali continuano beatamente a leggere altrove, ingrassando altri editori e altri giornalisti.

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Max Valle
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