Google Authorship è morta… e l’Author Rank?

Google Authorship morta
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La breve vita dell’authorship di Google può dirsi terminata.

Nata a Giugno del 2011, rimasta in stato dormiente per un annetto buono, promossa poi per un altro paio d’anni dal solito Cutts – e, in misura minore, da Mueller – è morta ufficialmente qualche giorno fa, dopo 2 mesi di coma profondo.

Breve Storia della Google Authorship

Sul TagliaBlog abbiamo parlato più volte di questo tema, ma per chi non ha voglia di rileggersi tuttii vecchipost provo a fare un riassuntino veloce.

Senza voler andare troppo indietro negli anni, a scomodare cose come il tag rel=”me”, possiamo fissare la data di nascita dell’authorship il 7 Giugno del 2011, ad opera di questo post di Othar Hansson sul Google Webmaster Central Blog.

Il 9 Agosto 2011, lo stesso Hansson – assieme a Matt Cutts – pubblicò 2 video. Il primo introduce il concetto della Google Authorship,


mentre nel secondo vengono approfonditi alcuni dettagli più pratici.


Ci vorrà però un bel po’ di tempo per passare all’adozione “di massa”, e iniziare quindi a veder spuntare le “faccine” nelle SERP del motore di ricerca.

Personalmente ricordo infatti che la “moda” esplose nell’autunno 2012, probabilmente anche grazie a quest’altro video


dove Cutts disse:

Prova Seozoom

“Ci sono cose come l’authorship, dove puoi usare uno standard per mettere un markup alla tua pagina, che permette di mostrare una foto dell’autore, e magari aumentare il numero di click, e fa dire alla gente: “oh, mi sembra una risorsa della quale aver fiducia”.

“Penso che se si guarda più in là nel futuro, e si guarda a qualcosa che noi chiamiamo social signal o authorship o come volete chiamarla, in 10 anni, credo che saremo in grado di riconoscere chi gode davvero di una buona reputazione”.

“La foto non attrae solo l’attenzione, non attrae solo i click, è quasi come un “indicatore di trust”.

“L’idea è quella di avere qualcosa alla quale tutti possano partecipare, e nel corso del tempo, quando cominciamo a saperne di più sulla qualità degli autori, si può immaginare che inizierà ad avere effetti sul ranking”.

Puoi facilmente immaginare gli effetti di queste affermazioni sulla comunità SEO 😀 : in pochi giorni/settimane, l’adozione dell’authorship fu massiccia, anche se quasi esclusivamente all’interno della stretta cerchia di coloro che con i motori di ricerca ci lavorano.

Ma sul tema della (scarsa) adozione dell’authorship ci tornerò fra poco. Andiamo avanti con la cronistoria.

Febbraio 2013: Eric Schmidt affermò che “all’interno dei risultati, le informazioni legate a profili verificati avranno un posizionamento migliore rispetto ai contenuti che non hanno passato questa verifica, cosa che si tradurrà in un maggior numero di click sui risultati verificati posizionati più in alto”.

Dicembre 2013: durante la puntata #227 di “This Week in Google”, Matt Cutts rilasciò una dichiarazione, in verità un bel po’ opaca, che sembrò andare nella direzione di premiare i contenuti prodotti da autori “esperti”, e quindi posizionarli meglio di altri all’interno del motore di ricerca.

“Stiamo cercando di capire quali sono le “autorità” nei singoli piccoli ambiti tematici, e quindi come possiamo fare in modo che questi siti vengano mostrati”, disse Cutts. “Stiamo cercando di misurare questo genere di argomenti. Perché sai che si vuole davvero ascoltare l’esperto di ogni settore, se possibile.”

Sempre a partire dallo stesso mese, Google iniziò a ridurre la visibilità dell’authorship all’interno delle SERP, mostrando solo gli autori più… autorevoli. Tale riduzione, si disse, fu nell’ordine del -15%.

Maggio 2014: John Mueller dichiarò che “authorship only plays a role with the “in-depth-articles” feature, and otherwise has no effect on ranking in web-search at all”.

Dalla dichiarazione trapelò dunque che l’authorship poteva avere un ruolo (ovviamente positivo) quando si trattava di posizionare un in-depth article, mentre non influenzava in alcun modo gli altri contenuti.

Ma il 25 Giugno 2014, il primo colpo di scena: Mueller annunciò su Google+ che “we’re simplifying the way authorship is shown in mobile and desktop search results, removing the profile photo and circle count”.

In buona sostanza, le “faccine” degli autori dei contenuti spariscono dalle SERP! Rimane giusto il nome e cognome sotto il titolo, ma l’immagine viene eliminata.

Già da quel giorno in molti iniziarono a pensare che il progetto di Google fosse stato accantonato. I più maligni azzardarono una ipotesi: le “faccine” sono state eliminate perché attraggono troppi click, a discapito degli annunci pubblicitari con cui Google tiene in piedi tutta la baracca.

Il 28 Agosto 2014, John Mueller annuncia la morte dell’authorship.

L'evoluzione della Google Authorship

L’Epitaffio della Google Authorship

Traduco integralmente il post di Mueller (i grassetti sono miei).

“Sono stato coinvolto sin dalle fasi iniziali dei test sull’authorship markup, e della visualizzazione dello stesso nei risultati delle ricerche. Abbiamo ricevuto un sacco di feedback utile da webmaster ed utenti, e abbiamo ottimizzato, aggiornato ed affinato il riconoscimento e la visualizzazione delle informazioni sull’authorship. Purtroppo, abbiamo anche osservato che questa informazione non è utile ai nostri utenti come avevamo sperato, è può anche distrarre dai risultati. In base a ciò, abbiamo preso le difficile decisione di interrompere la visualizzazione dell’authorship nei risultati di ricerca.

(Se sei curioso – nei nostri test, la rimozione dell’authorship, a livello generale, non sembra aver ridotto il traffico verso i siti, né aumentato i click sugli annunci pubblicitari. Facciamo queste modifiche per migliorare la user experience.)

A livello personale, è stato divertente e interessante percorrere la strada dell’authorship con tutti voi. Ci sono state cose strane, bug, casi di spam da combattere, ma la cosa più gratificante è stata (e continuerà ad essere) interagire con i webmaster. Ci siamo resi conto che l’authorship non è stata sempre semplice da implementare, e noi apprezziamo molto lo sforzo che mettete nel migliorare i vostri siti per i vostri utenti. Grazie!

Andando avanti, noi siamo fortemente impegnati a continuare ad espandere il nostro sostegno ai markup strutturati (come schema.org). Questi markup aiutano tutti i motori di ricerca a comprendere meglio il contenuto e il contesto delle pagine sul web, e noi continueremo ad usarlo per mostrare i rich snippet nei risultati di ricerca.

E’ anche opportuno ricordare che gli utenti potranno ancora vedere i post di Google+ provenienti da amici e pagine rilevanti per la query – sia nei risultati principali, che sul lato destro. Le modifiche di oggi sull’authorship non influenzano queste caratteristiche social.

Come sempre, espanderemo e miglioreremo l’insieme di strumenti gratuiti che offriamo per rendere più semplice l’ottimizzazione dei vostri siti web.”

Perché Google ha ucciso l’Authorship?

Se stiamo alle affermazioni di Mueller, “perché non era utile“.

Difficile interpretare la parola “utile”, ma di certo una “faccina” mostrata nelle SERP non può far capire all’utente se un risultato è qualitativamente migliore di un altro. Da quel punto di vista, non è “utile”.

A meno che Google, come aveva in effetti iniziato a fare a Dicembre 2013, non decidesse di mostrare solo una piccola percentuale di “faccine”, ovvero solo quelle degli autori più meritevoli, quelli più… autorevoli. Insomma, la “faccina” presa da sola, senza altri segnali di ranking collegati, non può significare automaticamente che dietro a quell’immagine è presente un contenuto di grande qualità.

E qui ci colleghiamo ad un’altra affermazione di Mueller, ovvero quella sulla “difficoltà di implementazione”. A quanto pare, Google ha notato che la percentuale di implementazione dell’authorship è stata bassa. In effetti, ad esclusione dei soliti SEO e webmaster sempre “sul pezzo”, non ricordo un gran numero di “faccine” nelle SERP più generaliste.

Intendo dire che se cercavi su Google qualcosa in un settore presidiato dai SEO, potevi aspettarti di vedere l’authorship implementata in praticamente tutti i risultati. Ma se andavi un po’ fuori dal seminato, in settori dove i SEO non bazzicano, il numero di “faccine” era decisamente inferiore.

Colpa di una cattiva comunicazione da parte di Google, o di una effettiva difficoltà nell’implementazione? Di certo avere una SERP con il 100% delle “faccine” non offre un vantaggio competitivo a nessuno (a meno di non avere una “faccina” davvero fuori dal comune, in grado di attrarre molti più click rispetto ad un altra); a mio parere, è invece vero che se su 10 risultati solo 1 ha implementato correttamente l’authorship e mostra quindi la sua “faccina” sulla pagina, otterrà un maggior numero di click rispetto a quelli vicini a lui.

Eppure Mueller smentisce: dice che “la rimozione dell’authorship non sembra aver ridotto il traffico verso i siti”, facendo intendere che le “faccine” non producevano alcun “effetto calamita”.

Da sottolineare anche l’affermazione successiva, ovvero “né aumentato i click sugli annunci pubblicitari”. Come dire: “non fare il maligno e non pensare che abbiamo tolto le “faccine” perché portavano via click dalle nostre pubblicità: non è così”.

Infine, estremamente interessante la dichiarazione di Mueller rilasciata a Mark Traphagen: “i dati raccolti in 3 anni hanno convinto Google che mostrare l’authorship nelle ricerche non restituiva abbastanza valore rispetto alle risorse necessarie per elaborare i dati”.

Insomma, le “faccine” sono sparite dalle SERP anche per un problema di risorse: costavano troppo rispetto al valore (economico e non) che Google poteva ricavarci.

Cosa succederà con la fine della Google Authorship?

Ho sentito ipotizzare un sacco di cose, la più estrema fra tutte la chiusura a breve di Google+ (considerato da alcuni un morto che cammina, dopo l’abbandono di Vic Gundotra).

Ma rimanendo nell’ambito delle congetture più plausibili, e all’interno del concetto “allargato” di Authorship + Author Rank, penso che Google non possa aver perso l’interesse di individuare e premiare in qualche modo gli autori di contenuti di grande qualità: Authorship e Author Rank son cose diverse, e anche se il primo tentativo di collegare autori a contenuti ha fallito, non credo proprio che Google abbandonerà tutto il progetto.

Dovrà però aggiustare il tiro, utilizzando un sistema più semplice e “automatico”, non basato su procedure complicate e/o righe di codice che il webmaster deve creare e incollare sulle sue pagine.

Potrebbe continuare ad utilizzare i vecchi e cari link, affinandone continuamente il peso a suon di ritocchi algoritmici (vediPenguin, per il quale si attende la versione 3.0 a momenti).

O iniziare a considerare gli apprezzamenti derivanti dai social, +1 su tutti.

O forse gli basteranno i dati di Knowledge Vault, l’evoluzione di Knowledge Graph?

Aggiornamento del 01.10.2015: Secondo quanto riportato da Search Engine Land, durante l’SMX East Gary Illyes ha affermato che Google potrebbe utilizzare l’authorship markup nel prossimo futuro, e quindi è bene mantenerlo nel codice delle pagine dei nostri siti web. Sarà davvero così?

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Da oltre 20 anni, fornisco consulenze per aziende e professionisti, che vogliono sviluppare il loro business, aumentando i clienti, in modo serio e produttivo, utilizzando le ultime tecnologie e nel pieno rispetto delle normative vigenti in materia.
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8 Comments

  • Ma quindi oltre alla foto, nella Serp non si visualizza neppure più il nome dell’autore?

    Reply
  • bravo Danilo, è Adwords il vero motivo della cancellazione dell’ Authorship, nessun altro 🙂 sei un vero web marketer

    Reply
  • Secondo me l’authorship è stata uccisa ufficialmente nel momento in cui Google ha riaperto le porte di Google+ (e di ogni Google account) all’utenza anonima.

    Per quanto riguarda l’Author Rank, è una questione spinosa che si intreccia con lo stesso concetto di “identità online”, molto complesso, e che al momento dubito possa essere risolta semplicemente con un algoritmo.

    Un ideale Author Rank potrebbe avere più senso per Facebook, un po’ meno per Google.

    Reply
  • Il tuo articolo ha generato una bella discussione anche su Quag, lascio il link:

    http://www.quag.com/question/141432/la-fine-della-google-authorship-cosa-ne-pensate-come-si-evolvera-nei-prossimi-mesi-la-seo/

    Personalmente concordo con quanto detto tranne sulla possibilità che un giorno le interazioni sociali inizino ad avere peso in SERP.

    Come dicevo su Quag fare questo passo comporterebbe un’implicita resa di Google nei confronti di Facebook.

    Per andare in questa direzione vedo diverse possibili opzioni ma ognuna comporta delle “perdite” lato Google che dubito siano pronti ad accettare:
    1) potrebbero dire che solo i +1 di G+ hanno peso. Ma il campione statistico di G+ non è così valido, se parliamo di addetti ai lavori del nostro ramo ha senso, è un campione statistico valido, ma se parliamo di fiori rosa credo che sia molto più valido Facebook o altri social. Calcolando che la loro giustificazione per tutto è la “user experience” credo che favorire i risultati di un piccolo campione sociale (g+) non può reggere per molto. Inoltre sempre considerando questa opzione credo che ormai abbiano perso l’attimo. Un conto è aprire G+, poi invogliare tutti a mettere l’Authorship, poi aggiungere un altro pezzo e così via fino ad arrivare al fatidico “i +1 hanno peso in SERP”. Ma ora che G+ viene dato per “abbandonato” (vero o no), l’authorship è stato un fallimento, i SEO sono “arrabbiati”, uscirsene con questa cosa non farebbe né riappacificare i SEO, né invogliare la gente a iscriversi a G+. Praticamente Google ammetterebbe di aver pestato una m… e cercherebbe di recuperare i SEO lanciando quest’osso, non ce li vedo..
    2) si arrende ufficialmente, annuncia che le interazioni sociali hanno peso in SERP ma (per forza) deve aprire le porte anche a Facebook, Twitter e affini. Non puoi perdere la battaglia sui social e poi menartela per avere l’esclusiva di una possibile feature come questa solo su G+. Se Google voleva adottare questa “politica” avrebbe già dovuto farlo; ora deve solo incassare il colpo e chiedere ai vari social quanto vogliono per far indicizzare i loro contenuti. Anche qui ce li vedo poco ad incassare il colpo e poi pagare per risollevarsi.
    3) con un colpo di teatro tirano fuori un qualcosa di nuovo (piattaforma o prodotto) e riescono a fare talmente gola da spostare tutti gli attivi su G+ su un qualcosa di nuovo che magari riesce a fare meglio. Calcolando che molti sviluppatori G+ stan passando al mobile, che prima o poi arriveranno i “google glass” creando una vera e propria rivoluzione magari questa potrebbe essere una soluzione. Ma tra quanto?

    Google negli ultimi mesi ha iniziato a premere l’acceleratore per fatturare di più e soprattutto da l’impressione che voglia abbandonare, o meglio, rinunciare a un po’ della sua “trasparenza” e “etica” (non sempre vere, ma comunque contraddistinguono il brand da tempo) per far fruttare un po’ di più la sua posizione di monopolio. Nulla da dire, nessuno fa niente per niente e prima o poi anche Google avrebbe fatto questo passo.

    La mia sensazione personale è quella che Google (la dirigenza) vuole prendere per le “corna” tutto il mondo SEO che per ora avevano lasciato in balia di Cutts&Co che, nel bene e nel male, era un tecnico, un nerd, ma non uno che poteva essere l’immagine di Google per la SEO o che lavorava per aiutare i fatturati dell’azienda. Era un’appassionato che parlava agli appassionati, fine, i soldi etc erano interessi degli altri rami dell’azienda.. Negli ultimi 4 mesi ci son stati diversi cambiamenti: cutts che se ne va, l’authorship che muore, da non sottovalutare la beta di Google Domains (credo che il settore hosting andrà facilmente in crisi almeno per il discorso legato ai servizi mail, chi può competere con Gmail?), il fatto che l’SSL ora è fattore seo..

    Riassumendo penso che i soldi abbiano preso più spazio all’interno della struttura di Google dedicata al mondo Seo e Webmaster e questi sono solo i primi segnali dei cambiamenti che arriveranno..

    Son troppo pessimista?

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  • D’accordissimo con Danilo. Non ci può essere altra spiegazione alla dichiarazione di Mueller in cui afferma che l’authorship distraeva gli utenti. Si, li distraeva dagli annunci a pagamento…

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  • bell’articolo, finalmente obiettivo; ho sentito fin troppi SEO (molto autorevoli e famosi) contnuare a difendere con i denti questo authorship, sicuramente perchè ci avevano dedicato un sacco di tempo anche per convincere i loro clienti a farlo che diventava difficile giustificare il fatto che è tutto azzerato.

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  • Mi immagino le imprecazioni che starà sparando adesso Salvatore Aranzulla.. 😀
    A parte gli scherzi: riguardo la scarsa implementazione dell’author, avrei da ridire. Quando ho fatto la maxi analisi on-page dei siti dei SEO in Italia, è uscito fuori che il 25% circa implementa sia l’author che il publisher (<- ancora più incredibile). Il fatto che un sito su 4 circa avesse l'author non è male. A dirla tutta, secondo me, il fattore determinante che ha spinto Google ha togliere l'author definitivamente è la sua influenza troppo negativa sul CTR di AdWords. Quando si parla di Adwords, una variazione dei click anche dello 0.1% smuove capitali a 8-9 cifre, in positivo o negativo, non quattro spiccioli. Essendo AdWords l'entrata #1 per Google Inc., c'era da aspettarsi una mossa simile, secondo me.

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  • E’ vero al di dell’ambito espressamente degli esperti SEO ben pochi webmaster e siti che si occupano di altro avevano messo “la faccina” nei risultati di ricerca, l’integrazione era macchinosa e non sempre andava a buon fine cosa che ne ha frenato ulteriormente la diffusione…. l’utente medio non credo sentira’ la mancanza di queste faccettine….

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Max Valle
Max Valle

Da oltre 20 anni, fornisco consulenze per aziendee professionisti, che vogliono sviluppare il loro business, aumentando i clienti, utilizzando le ultime tecnologie e nel pieno rispetto delle normative vigenti in materia.

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