Il giornalismo è morto: dai contenuti per far traffico, a quelli completamente falsi

Giornalismo morto
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Premessa: in questo post non linkerò alcune notizie, perché un link è in buona sostanza un voto positivo, e davvero non mi sento di dare voti positivi allo schifo che vedo girare ormai da troppo tempo nell’editoria online.

E premetto anche che con “giornalismo morto” non intendo la carta morta (a favore del web), o i quotidiani online morti (a favore di blog e social): intendo invece dire che la stragrande maggioranza dei contenuti pubblicati su qualsiasi media, dopo anni e anni di pericolosa deriva, è finito in fondo al precipizio.

E da lì continua a scavarsi la fossa, senza un limite al peggio.

Forse un titolo più giusto per questo post sarebbe dunque “il modo di fare informazione è morto”, o “la disinformazione ha vinto”, non so.

Sta di fatto che ogni santo giorno che passiamo online sembra di svegliarsi sempre col calendario bloccato sul 1° Aprile: notizie sopra le righe, strampalate, morbose. Questo quando va bene.

Mi viene in mente quella della scrittrice che si “vendica” del suo coniglio e quindi lo uccide e lo mangia (vista su ANSA.it), o dell’autobus che investe l’alce ubriaco mentre il contachilometri segna il numero del diavolo (vista su Tgcom24): il tutto nella peggiore tradizione del link baiting (anzi, like baiting), ovvero dello scrivere di cose assurde per recuperare link e like, e fare qualche visita in più.

E per pompare gli accessi, non ci si concentra sullo scrivere buoni titoli (cosa sacrosanta), bensì su tecniche di click baiting dozzinali: titoli che suggeriscono contenuti incredibili, straordinari, da non perdere, quando dall’altra parte c’è in realtà una mezza sòla.

Ma più tipicamente troviamo notizie non verificate (che poi si rivelano false), o altre addirittura già “nate false”.

E attenzione: spesso non è nemmeno più questione di chi le scrive.

Una volta si dava la colpa ai blogger, che non essendo giornalisti non si sentono in dovere di sottostare alla famosa carta dei doveri del giornalista, carta che ad un certo punto recita:

Il giornalista deve sempre verificare le informazioni ottenute dalle sue fonti, per accertarne l’attendibilità e per controllare l’origine di quanto viene diffuso all’opinione pubblica, salvaguardando sempre la verità sostanziale dei fatti.

Mi chiedo quindi quante e quali verifiche siano state fatte da Il Mattino, Il Giornale e Libero (ma anche da Huffington Post, Mirror e El Mundo) prima di pubblicare questa notizia.

O anche quella della morte del padre di un giocatore ivoriano, anch’essa bufalina, anch’essa ripresa a destra e a manca da tutti i media senza essere prima verificata.

E cosa dire invece del quintetto (ma ce ne sono ormai a bizzeffe) dei siti di notizie totalmente false: Lercio, Il Corriere del Mattino, la Gazzetta del Nord, Notizie Pericolose e Corriere del Corsaro.

Strappano spesso un sorriso, ma al prezzo di confondere i lettori meno accorti che scambiano la bufala per verità, riamplificandola, ripubblicandola e condividendola con i loro contatti, in un gigantesco turbine dove non si capisce più dove finisce lo scherzo e inizia la notizia vera: e ovviamente si gioca tutto proprio sul NON chiarire esplicitamente questo punto, come dichiarato da Lercio a Lettera 43: Lercio non ha un disclaimer per specificare che si tratta di sito satirico. Come mai? R. Per lo stesso motivo per cui in un film comico nei titoli di testa non compare l’avviso “Questo è un film comico”.

E intanto questi siti fanno traffico, e ne fanno parecchio.

E siccome le pagine visualizzate sono oggi la sola moneta che paga il web, ecco che gli illustri quotidiani online mettono in bella mostra colonnine acchiappa-click e photo gallery ignobili, piene zeppe di cose che nemmeno “Cronaca Vera” ai suoi tempi d’oro.

Ed ecco che il cerchio si chiude con “Ah, ma non è Lercio“, pagina Facebook che raccoglie le notizie “alla Lercio” che compaiono però sui quotidiani seriosi, o che almeno tali dovrebbero essere.

C’è una giustificazione a questa deriva?

Gli amanti delle statistiche e dei numeri direbbero di sì.

Il punto è che certe notizie dell’ultim’ora, le cosiddette breaking news, interessano sempre a meno lettori.

Per essere più chiaro: l’articolo più popolare del 2013 sul New York Times, NON è un articolo, ma una sorta di quiz.

Gli articoli noiosi, quelli che richiedono attenzione, che implicano un certo sforzo, funzionano sempre meno.

Anche se i lettori, a parole, fingono interesse nei confronti di notizie sull’economia o la politica, in realtà prediligono temi leggeri, semplici. Vogliono evitare sfumature e sforzi mentali.

Quindi, cosa funziona oggi?

I nuovi modelli che sembrano funzionare meglio, perlomeno all’estero, e se ci ostiniamo a guardare solo il maledetto dato delle pagine visualizzate, sono quelli di BuzzFeed o Upworthy, che fanno della pubblicazione di contenuti in grado di esplodere viralmente sui social e dell’estrema cura dei titoli (Upworthy ne testa fino a 25 per ogni singolo post) gli ingredienti principali del loro successo.

Non si parla più di coprire i fatti “importanti” che accadono nel mondo, ma di scovare col lanternino quelli strani, assurdi, ridicoli, in grado di scatenare la condivisione e la viralità.

E nascono anche gli esperti in questo strano campo, come Neetzan Zimmerman: un uomo che da solo è in grado di generare oltre 30 milioni di pageview al mese.

E chi non si adegua a questo trend?

Semplice, perde traffico. E quindi soldi.

Perdono i principali gruppi editoriali italiani, ma anche i pure player presenti solo online: nonostante strizzino da tempo l’occhio alle notizie-spazzatura, mostrano bilanci in picchiata.

Che poi, dico io: il pubblico di lettori italiani di news generaliste è quello, è più o meno stabile da diverso tempo. Se lo mangiano Repubblica.it e Corriere.it, almeno in gran parte.

Che cavolo di business plan avete fatto, voi de Il Post (vedi mio articolo di 4 anni fa dove titolavo “Il Post” ce la può fare. Ma anche no), Lettera 43, Linkiesta, Huffington Post (con i suoi bei blogger NON pagati)? Pensavate forse che i lettori si sarebbe moltiplicati come per magia? O che avrebbero letto una mezza dozzina di testate al giorno, tutte più o meno identiche?

In questo scenario campano i one man show (magari studenti, o magari con vitto e alloggio pagato dai genitori), alcuni micro editori che sottopagano (o non pagano) chi scrive per loro (non parlo di Huffington Post 🙂 ), o quelli che il sito/blog è in realtà una vetrina per vendere loro stessi.

Altri casi di successo, sono rari come gli unicorni.

Da oltre 20 anni, fornisco consulenze per aziende e professionisti, che vogliono sviluppare il loro business, aumentando i clienti, in modo serio e produttivo, utilizzando le ultime tecnologie e nel pieno rispetto delle normative vigenti in materia.
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Da oltre 20 anni, fornisco consulenze per aziende e professionisti, che vogliono sviluppare il loro business, aumentando i clienti, in modo serio e produttivo, utilizzando le ultime tecnologie e nel pieno rispetto delle normative vigenti in materia.

39 Comments

  • L’unica risposta nostra puo’ essere non cliccare le ca..te,
    ma andare a leggere (e dunque cliccare) su chi fa contenuti veri.

    Per me sono: lemonde.fr (sempre ottimo), rischiocalcolato.it, zerohedge.com

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  • @Tagliaerbe Mi chiamo Alfonso e sono un autore di Lercio.

    Vado subito al dunque: ho letto il tuo pezzo e penso che definire Lercio “un sito di notizie false” e accostarlo a siti che diffondo bufale sia un tantino ingeneroso. Cito Natalino Balasso, uno che di comicità se ne intende:

    “Lercio è un giornale che, con la scusa della goliardia, riesce a dire cose serissime. Irriverente e divertente. Il fatto che molti prendano sul serio certe significa non solo che il sense of humour è ormai merce rara su facebook dove imperano grandi cazzate o grandi indignazioni ma anche che il livello dei “giornali veri” ha raggiunto baratri penosi”.

    Permettimi anche di sottolineare che il nostro obiettivo non è assolutamente quello di ingannare i lettori. Quello che vogliamo è fargli fare 4 risate, stimolando al contempo una riflessione critica nei confronti della società (e anche dell’informazione in generale). I romani la chiamavano satira. Ci riusciamo? Non lo so, ma ci proviamo. E ci piace pensare che i nostri lettori siano persone intelligenti che apprezzano questo tipo di contenuti (e forse lo sono, dato che 1 visitatore su 3 accede a Lercio direttamente, senza passare per i social o per google) e non degli sprovveduti che credono ad ogni scemenza che leggono. Gli stupidi non sono il nostro target.

    Capisco che per te, che sei un esperto di web, la differenza tra un sito di bufale e uno di satira possa non contare nulla, ma per noi è vitale.

    Personalmente, trovo molto superficiale definire Lercio “un sito di notizie false”. Lercio fa satira e parodia di quell’informazione sensazionalista e acchiappaclick di cui parli tu.

    E

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    • @Alfonso posso capire l’intento, e credo anche nella vostra buona fede.

      Però rimango convinto che una buona parte del successo di Lercio è dato non tanto dai lettori intelligenti, ma da quelli che prendono per vere le notizie più assurde e ne fanno poi da cassa di risonanza. Insomma, vengono sfruttati gli ignoranti per fare da diffusori del verbo 🙂

      Mi piacerebbe comunque conoscere qualche dato a livello di traffico (numeri e fonti) e di revenue di Lercio, anche solo per pura curiosità.

      A presto

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  • Ciao a tutti, e complimenti a Taglia!
    A favore dell’analisi del post, vorrei chiedere al Taglia: prima dell’era dei Social o di Internet, l’enorme massa di lettori che oggi sta influenzando il mercato dell’informazione online, cosa leggeva, dove s’informava?
    Seconda domanda: la prima è ben posta? 😉

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    • @Eugenio: prima di Internet la carta se la passava piuttosto bene, e nelle edicole fiorivano riviste penose di ogni genere 😀

      In altre parole: nella “prima fase” di Internet, online ci andavano solitamente nerd e geek, persone con un certa preparazione tecnica e interessate a cose legate ad hardware, software, tecnologia, etc. Ecco perché molti dei primissimi siti/forum web italiani facevano informazione proprio su quelle cose.

      Col passare del tempo su Internet ci sono arrivati un po’ tutti, i nerd/geek sono ormai oggi in netta minoranza, e siamo arrivati al punto che per molti Internet è uguale a Facebook. Con tutte le conseguenze del caso 🙂

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  • Peggio delle notizie false, ci sono le notizie da non scrivere, perché scomode e perché a nessuno piace guardare i propri difetti.

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  • Condivisibile tutto, tranne l’accostare siti satirici e siti di gossip\informazioni false\similia. Anzi, un sito come Lercio è la prova che la democrazia in cui viviamo non è una vera democrazia, ma accusandolo si dà la colpa al dito piuttosto che alla luna. Se molte persone credono a quelle che sono notizie palesemente inventate, vuol dire che il potere, attraverso sito un po’ più strutturati di lercio.it (ovvero i siti dei grandi giornali) può far passare come vero ciò che è verosimile. Se poi molte persone non vedono la differenza tra una notizia palesemente falsa e satirica ed una che potrebbe essere vera, beh, è il motivo per cui il potere dei pochi è sopravvissuto indenne a tutte le forme di potere semplicemente cambiando forma, cosa che succede da ben prima l’invenzione della stampa

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  • @Tagliaerbe: per come la vedo io, e per la mia esperienza, si cerca certamente di prendere il traffico a portata di mano, ma senza esagerare oltre un certo limite. Questo nel quotidiano per cui lavoro.

    Se si lanciano pezzi su FB con un amo, quello deve portare a ciò che viene promesso e sul Giornale ciò avviene nel 99% dei casi.

    Poi, che la stessa testata sia discutibile per la linea o per altri motivi che esulano dalla tecnica, è un altro paio di maniche su cui servirebbe un’altra discussione 🙂

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  • Condivido l’intervento che molti giornali pur di fare cassa pubblicano notizie spazzatura. <Noi invece non abbiamo ancora pubblicità però preferiamo pubblicare altre notizie di certo valore sociale, culturale, politico, economico, ecc.
    Certamente costa in termini di numeri ed altro, siamo convinti che il tempo ci gratificherà dei nostri sforzi! Il giornale è edito dall'Associazione internazionale di promozione sociale no profi, BARESI NEL MONDO
    Con la circostanza invito i lettori a visitare il sito ed eventualmente se desiderano collaborare, gratuitamente, le porte sono sempre aperte!
    Buona giornata a tutti
    Antonio Peragine
    Direttore Editoriale

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  • Tutto vero quello che dici, ma ritengo che il giornalismo non sia morto, ma si stia invece trasformando. Quello che fai tu su questo blog non è forse giornalismo? Quello che stiamo commentando non è forse un articolo ben fatto, con fonti e collegamenti esterni, scorrevole e comprensibile, con fatti riportati con precisione e un’opinione finale condivisibile o meno? Soddisfa tutti i requisiti della content curation. Ed è proprio questo che sta diventando il giornalismo: content curation. In un prossimo futuro ognuno di noi avrà un canale privilegiato per la musica, uno per il cinema, uno per la cucina, ecc. E tutti saranno ricchi di contenuti di qualità, perchè curati in modo professionale da persone realmente interessate all’argomento.
    Certo se si stanno a guardare le testate generaliste, non si può fare a meno di incazzarsi. Ma anche quando non esisteva internet, Novella 2000 tirava più del Giornale, e la gente comprava i quotidiani locali per le notizie scandalistiche e di costume, mica per leggere l’approfondimento.

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  • Tutto corretto, tranne Lercio, che non è un modello di business (non per nulla è hostato da Altervista), non fa click o link o like baiting, ma semplicemente utilizza in modo normale il traffico organico di Facebook, e infine non pubblica notizie false, ma palesemente inventate, tranne per chi proprio nun c’arriva. Come lo si può accostare a cose da denuncia tipo Ilcorrieredelmattino?

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  • Oggi, sulla pagina Facebook di HuffPost Italia, veniva presentato così l’interrogatorio al presunto assassino di Yara: “Bossetti, ecco la sua spiegazione”. Poi, entrando nell’articolo, ti informavano subito che non c’era nessuna spiegazione perché l’interrogatorio è secretato. Ma è solo uno dei tanti esempi che si possono fare della deriva acchiappapollici dell’informazione.
    Una cosa: Lercio.it appartiene ad una altra categoria. E’ un mirabile esempio di satira (anche sull’informazione) che non ha niente a che vedere con i siti di bufale che puntano solo a creare scompiglio (e che non fanno ridere).

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  • Se non capisci la differenza tra Lercio e gli altri siti che hai citato è anche inutile che provi a spiegartela.

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  • D’accordo al 100% sul contenuto: scopri l’acqua calda, ma come si dice “repetita iuvant” anche se chi ha chi gli occhi foderati di prosciutto non credo capisca il latino. Ma ho due domande:

    1) Perché paragonare Lercio, sito con chiaro intento umoristico (invisibile solo agli idioti) agli altri tre siti che davvero non marcano il confine tra notizia inventata per gioco e bufala?

    2) Perché apri dicendo che “non linkerai notizie” e poi linki chi le linka? Non credi che passare la palla a qualcun altro sia una furbata un po’ disonesta?

    Attendo risposte. Per adesso complimenti per il titolo, semplice e accattivante 🙂

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    • @Giuseppe A. D’Angelo: 1) perché mi capita di vedere utenti che leggono solo il titolo e condividono le notizie di Lercio credendole vere. Fidati, non tutti hanno la capacità di distinguere il vero dal falso, e non tutti hanno la voglia di cliccare su un titolo per “approfondire” la notizia (anzi, conosco alcuni utenti che fanno solo 2 cose: leggono il titolo e si fiondano nei commenti a scrivere il loro “parere”). Spesso penso che ci vorrebbe una “patente” per andare online 😉

      2) ho linkato le analisi/critiche, non le notizie spazzatura. Che in quanto tali, non meritano un mio voto positivo.

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  • Ciao Davide. Il problema non è la “morte” del giornalismo o dei “giornalismi” o comunque non solo. Il problema è che chi scrive non è più garantito. Nelle testate online, anche in quelle di blasone da te menzionate, si lavora spesso gratis. Ci sono giornalisti che hanno famiglia e dignità, oltre ad anni di servizio, che si rifiutano ma tanti altri, che pur di vedere una firma in calce, non si preoccupano di rivendicare un diritto. Ci sono giornalisti che sono compensati con tariffe equiparabili alle donne delle pulizie (l’equo compenso di cui si parla in questi giorni non ha risolto il problema) che sono sollecitati a fare in fretta dimenticando (su questo hai pienamente ragione) di verificare la provenienza e la veridicità della notizia. E poi ci sono i “falsi giornalisti” ovvero coloro che esercitano abusivamente la professione sui quali da oggi vige una legge più pesante dal punto di vista delle sanzioni (http://www.odg.it/content/esercizio-abusivo-della-professione-giornalistica-arrivo-pesanti-sanzioni).

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    • @Anna Bruno: sono 2 piani diversi. Non è che se sei un giornalista pagato poco, o non pagato del tutto, allora puoi decidere di non verificare le fonti e pubblicare notizie insulse… credo che un minimo di etica debba far parte di tutti gli iscritti all’Ordine, indipendentemente dallo stipendio.

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  • Caro Taglia,
    hai ragione da vendere, ci mancherebbe.
    Ma quando hai una ventina di stipendi (anche corposi) da pagare, oltre a tutto il resto e ti senti dire, day by day, dalla concessionaria “se non arrivi almeno a tot centinaia di migliaia (o milioni) di utenti unici e a tot milioni di pagine non riesco a venderti nemmeno 1 euro di pubblicità”, cosa ti resta da fare?
    Quindi sacrosante le critiche, ma sarebbero più utili e graditi sani consigli!
    🙂

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    • @Paolo: conosco il problema, e infatti ho portato l’esempio di BuzzFeed e Upworthy per far capire cosa funziona oggi a livello di “nuova editoria”. In Italia, almeno a livello di notizie in ambito tecnologico, un esempio da studiare con attenzione potrebbe essere quello di Wired.it, che da qualche mese ha una curva di traffico in ascesa (rispetto al trend generale che è stabile-in discesa), oltre al solito Aranzulla (che però lavora nell’ambito delle guide, e NON delle news… vedi: https://blog.tagliaerbe.com/2014/06/cosa-come-scrivere.html )

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  • @ Giulio Gargiullo
    Su internet rapporto fra lettore e notizia è intermediato, estremamente superficiale; non c’è alcuna grande narrativa, nulla a cui il lettore sia pronto a dedicare un minimo d’attenzione, non c’è spettacolo e non c’è passione. C’è un decimo di secondo di attenzione e poi via alla prossima stronzata. Senza attenzione non c’è comprensione, senza comprensione non c’è notizia ma solo S-R pavloviano. Il che rappresenta la miglior dimostrazione pratica che medium è il messaggio.

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  • D’altrone un modello che si regge sulla pubblicità non può generare altro che questo.
    La domanda di fondo è: si può affidare al finanziamento pubblicitario l’informazione, che ha un ruolo cruciale nello stato di salute della democrazia?
    La risposta a mio avviso è no, ed è proprio per questo che stiamo scivolando in una pseudo democrazia, gestita da capetti carismatici telegenici e fra loro intercambiabili.

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  • A me angosciano molto i magazine online (parlo di editori nati nel web e mai spacciatisi per giornalisti, credo) non necessariamente di news ma di demenza pura che veicolano informazione pressapochista, televisiva, smaccatamente markettara, facendo largo uso di trucchetti come: visita la gallery delle borse (10 pv a persona per leggere un articolo), refresh non richiesti più o meno frequenti etc.

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  • Il giornalismo è morto è un altro esempio di titolo “SEO è morto” e cose delle quali attraggono click, attenzione e anche tanta spazzatura tante volte. Secondo il principio di notiziabilità di Ugo Volli http://it.wikipedia.org/wiki/Notiziabilit%C3%A0 un fatto fa notizia quando:”Un fatto fa notizia quando ha una grande componente narrativa, quando ha un impatto passionale e quando fa spettacolo nella sua presentazione e quindi capace di produrre commenti e discussioni che si prolungano nel tempo”.

    Ecco tutto. Le “nuove notizie” sono sempre notizie, cambiano nel tempo le modalità di fruizione, i trend, ma una notizia rimane sempre una notizia.

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  • Devi tenere presente la differenza tra quello che il social media manager fa passare su Facebook e quello che intere redazioni scrivono, senza che il contenuto passi una sola volta, neanche su G+. Cultura, anche molta politica, fumetti, molto cinema, un certo tipo di televisione, le recensioni delle serie televisive, i pezzi e le riflessioni con i controcazzi insomma, come quella che ho letto qui, ora, non troveranno mai spazio nei lanci dei social media. Purtroppo.

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  • Mi trovo d’accordo con il 99,99% del contenuto di questo blog ma non con questo articolo, e me ne dispiace.

    Vero che succedono queste cose, vero che gli editori cercano traffico, vero tutto. Ma è anche vero che i big dell’editoria pubblicano più di 200 pezzi al giorno e, da esempi che vedo qua e da ciò che posso notare anche io stesso in giro, ogni editore “piscia” fuori dal vaso una volta ogni 5/10 giorni.

    Cioè 5 * 200 = 1.000. Ogni 1.000 articoli uno è ridicolo, o non confermato, o notizia curiosa, o il lancio è stato fatto male.

    Sfido chiunque a fare 1.000 articoli senza lisciarne nemmeno uno.

    Ti aggiungo anche che il problema, per come lo posso vedere io, è al contrario: i giornalisti proprio per non sbagliare oramai guardano solo le agenzie, quindi se nessuna agenzia parla dell’alluvione a Canicattì, questa non è notizia. Su FB ci sarebbero le foto, su Twitter le news, su siti locali i racconti, ma se non esce in agenzia, proprio per la paura di sbagliare, non si fa. Ecco quindi che centinaia di news interessanti, vere, corrette, non vengono nemmeno guardate.

    Inoltre c’è un problema di fondo che chi lavora in un giornale online non può non conoscere, cioè la frenesia. Faccio un esempio banale: il lancio di Yara del Giornale è arrivato in mezzo ad altri 20 lanci nel giro di mezz’ora, con video, news, pezzi di archivio, ecc. Tutti da trovare nell’archivio con qualche milione di item e mettere su molto velocemente. Vero, quel lancio è stato uno scivolone, ma nella frenesia del momento è uscito così, zoppicante, ed è subito saltato all’occhio degli addetti ai lavori. I quali però non hanno notato la copertura totale e completa fatta alla notizia. O non hanno considerato che alle 19.30 in una redazione online c’è un terzo dell’organico completo, ma una notizia del genere va coperta come se fosse stata pubblicata alle 11, quindi con le forze complete.

    Per carità, ci sta, è corretto, le critiche fanno parte del gioco, ma prima di di scrivere un pezzo come questo di oggi Davide, forse dovresti passare un paio di giorni in una redazione online, dove vengono pubblicati quotidianamente almeno 200 pezzi 😉

    Questa vuole essere una critica costruttiva per questo blog che ripeto, apprezzo nel 99,99% dei casi.

    PS: non entro nel merito dei Lercio, o degli editori piccoli, non conosco le situazioni e non posso giudicare.

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    • @Orazio Tassone: passi il lisciare qualche pezzo, ma da quanto vedo in giro mi sembra più che si preferisca cavalcare l’onda della notizia sopra le righe per fare qualche accesso in più, della serie “se l’hanno fatta tutti gli altri e puzza di scoop o di notizia acchiappa-click, perché devo lasciare sul piatto un bel po’ di traffico facile?” 😉

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  • La cosa triste è vedere testate importanti che stanno iniziando a seguire lo stesso gioco. Finchè il guadagno sarà misurato solo con le visite continueranno tutti a puntare su notizie “leggere” che hanno tanto successo su Facebook. Upworthy, ad esempio, ha quasi l’80% delle visite dal social proprio per il carattere poco impegnato delle news.

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  • Già concordo con il tuo pensiero Taglia, le persone nel web amano cercare blog tipo di liste di persone strane e fatti divertenti realmente accaduti

    Reply
  • Ottimo articolo con cui mi trovo pienamente concorde.
    Si dice che il web sia meritocratico, ma a me pare tanto uno studio di maria de filippi. Forse la vera meritocrazia si scova nelle nicchie.

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  • Non metterei Lercio vicino agli altri finti giornali, perché le “notizie” sono palesemente false, nemmeno da chiamarsi notizie, più articoli comici/satirici.
    Mentre invece altri riportano proprio notizie false, ma questi sono più o meno sempre esistiti, il problema è che testate giornalistiche “serie” pubblicano le stesse finte notizie e/o articoli/immagini per guadagnare qualche soldo.

    Reply
  • Dalla colonnina destra di Repubblica e il Corriere fino al Lercio – in fondo è tutto un business.

    Ed è “normale” che si punti a ciò che rende di più – se non piace, si può sempre fare il portale di informazione “contro” e cercare di racimolare lettori di quell’area radical-chic, magari puntando su canali alternativi di introito, visto che la pubblicità è il demonio.

    Proprio il media si presenta diverso: chi ha voglia di leggere un approfondimento sullo schermo di uno smartphone o di un tablet mentre si fa 20 minuti avvelenato in metro?

    Non dico che ciò giustifichi a livello etico la deriva vanziniana, ma ehi, è il business bellezza.

    Lo scopo delle attività di marketing è soddisfare un bisogno, perché imporlo è un rischio di impresa troppo ampio. Se le persone avessero voluto gli approfondimenti, e questi avrebbero venduto, ci sarebbero più approfondimenti.

    La cultura non deve necessariamente passare tramite questo canale. “Eh ma stiamo parlando di giornalismo!”

    Giornalismo dove? Su Internet? Il più meraviglioso e terribile esperimento riuscito di anarco-capitalismo?

    my two cents

    Reply
  • Condivido in pieno quanto hai scritto, era un bel po che ragionavo su come i siti che hai citato (Lercio, Il Corriere del Mattino, la Gazzetta del Nord, Notizie Pericolose e Corriere del Corsaro) riescano a fare una mole esagerata di visite (vista da similarweb) e quanta viralità possano suscitare notizie inconsistenti.
    Ormai non si può più parlare di giornalismo.. online ci si può solo affidare a singole persone entusiaste di quel che fanno e che credono in un approfondimento concreto basato esclusivamente sulla curiosità e la passione per quel che scrivono.

    Reply
  • Qui si fa un’analisi ‘tecnica’ di questo fenomeno ( che noi condividiamo parola per parola), ma si tralascia l’analisi sociale e culturale di tutto questo.

    In questo tipo di giornalismo non si aiuta il lettore a crescere..
    “Ma c’è anche il contenuto di approfondimento nei siti/giornali”.

    Vero, ma lo spazio dedicato ad un approfondimento ( che può anche essere offerto in ‘modo furbetto’, cioé che aiuti il lettore ad approfondire un argomento) è sempre minore e più limitato in quanto deve lasciare spazio a questi articoli ‘acchiappaclick’ come da te definiti.

    Non si prospettano tempi buoni per le future generazioni, che dovranno faticare non poco per cambiare questo trend

    Reply
  • Premettendo che il corriere del mattino è da querela, tutti i giornali online pubblicano spazzatura per fare visite, se però guardi bene nelle sezioni di cultura, politica, sport, design e scienze, troverai un sacco di ottimo giornalismo e grande divulgazione… e vale per diverse testate.

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Max Valle
Max Valle

Da oltre 20 anni, fornisco consulenze per aziendee professionisti, che vogliono sviluppare il loro business, aumentando i clienti, utilizzando le ultime tecnologie e nel pieno rispetto delle normative vigenti in materia.

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