La Fine dei Banner è Vicina?

Fine dei banner

Il 2016 verrà ricordato come l’anno della morte del banner? Non lo so, ma se fossi un medico direi che il paziente è davvero messo male.

Certamente non sarà questione di settimane, e neppure di mesi, ma molti dei soggetti che in qualche modo interagiscono con i banner pubblicitari (sia attivamente che passivamente) hanno fatto ultimamente delle mosse che non mi fanno ben sperare per una guarigione del malato.

Provo a tratteggiare sinteticamente la situazione, dal punto di vista dei 6 attori che ruotano attorno al mondo della pubblicità online.

1. Inserzionista Pubblicitario

E’ il soggetto che compra gli spazi pubblicitari sul sito web dell’editore.

Ora, se tu avessi dei soldi da investire online, davvero li butteresti per acquistare dei quadratini colorati che non vede e non clicca più nessuno? Giusto per capirsi:

CTR sui banner

Il CTR (=percentuale di click sui banner) medio era del 2,1% nel 1997, dello 0,5% nel 2001 e dello 0,1% nel 2008: significa che nel 2008 potevi aspettarti 1 click ogni 1.000 visualizzazioni, e questa percentuale continua a scendere!

Pensa che è addirittura Google ad ammettere questo calo ininterrotto e costante, in un suo report pubblicato qualche anno fa.

2. Google / Facebook / Apple

A proposito di Google, da qualche giorno ha eliminato quasi totalmente i banner dalla spalla destra delle pagine dei risultati del motore di ricerca, concentrandoli in testa e in coda (e di conseguenza abbassando ulteriormente i risultati organici).

Banner nelle SERP di Google

Ciò significa sostanzialmente 2 cose:

  • Meno banner sulla pagina = più alto il costo per riuscire ad accaparrarsi i pochi posti rimasti (in testa o in coda alla SERP).
  • Nella parte superiore della pagina verranno ora mostrati (molto spesso) 4 banner pubblicitari (mentre in precedenza il massimo era 3).

Google dice che ciò porterà “more relevant results for people searching and better performance for advertisers”: risultati più rilevanti per chi cerca, e prestazioni migliori per chi compra i banner.

Come a dire che mescolati ai risultati organici i banner prendono ancora qualche click, ma sulla spalla di destra mica poi tanti.

Se invece passiamo a Facebook, è stato ufficializzato il lancio di Instant Articles il prossimo 12 Aprile, “per tutti gli editori di qualsiasi dimensione”.

Tradotto: Facebook, con la scusa di aiutare gli editori a creare contenuti “interattivi ed immersivi”, che si caricano “fino a 10 volte più velocemente del normale mobile web”, vuole tenere gli utenti sulla sua piattaforma, evitando che con un click escano per andare sul sito/blog dell’editore.

Ovviamente, se accetti di “perdere” il traffico verso il tuo sito, Facebook è disposto a remunerarti. “Sell ads in your articles and keep the revenue, or take advantage of Facebook Audience Network to maximize total revenue”: puoi continuare a tenere i tuoi banner all’interno dei tuoi articoli, o puoi utilizzare il network pubblicitario di Facebook per massimizzare le tue revenue.

Qualcosa di simile è il progetto Apple News: se sei un editore, consulta la sezione “News Publisher” per ulteriori informazioni (già ti dico che il punto probabilmente più interessante è “earn 100% of the revenue from ads you sell, and 70% when iAd sells ads for you”, ovvero “guadagna il 100% dalle pubblicità che vendi direttamente, e il 70% da quelle che Apple vende per te”).

3. Carrier / Provider

Come se non bastasse, in questo campo sono entrati in gioco pure coloro che si occupano di “trasportare i dati”.

E’ di pochi giorni fa un comunicato stampa di 3 Italia dal titolo “Il Gruppo 3 lavora a servizio per blocco della pubblicità indesiderata su dispositivi mobili”. Te lo riporto integralmente:

3 UK e 3 Italia hanno collaborato con successo con Shine Technologies per l’implementazione sulle proprie reti delle tecnologie Shine per il blocco della pubblicità sui dispositivi mobili. Questa iniziativa permetterà una rapida distribuzione della tecnologia di “ad-blocking” anche agli altri operatori del Gruppo 3.

Rispetto ai servizi basati su App, il servizio di “ad-blocking” integrato nelle reti mobili rappresenta una soluzione più efficiente per i clienti, poiché riesce ad intervenire su un numero maggiore di banner pubblicitari senza alterare l’esperienza e la velocità di navigazione.

La collaborazione con Shine non ha l’obiettivo di eliminare la pubblicità, che è spesso interessante e porta benefici ai clienti, ma di dare agli utilizzatori la possibilità di scegliere se e quando ricevere pubblicità sul proprio dispositivo mobile.

Gli obiettivi principali del Gruppo 3 sono:

  • Che i clienti non dovrebbero pagare per l’utilizzo dei dati consumati per visualizzare la pubblicità sul dispositivo mobile. Questi costi dovrebbero essere a carico degli inserzionisti.
  • Che la privacy e la sicurezza dei clienti debba essere completamente protetta. Alcuni inserzionisti utilizzano infatti la pubblicità per appropriarsi dei dati clienti senza che questi ultimi ne siano a conoscenza o abbiano dato il proprio consenso.
  • Che i clienti dovrebbero essere in grado di ricevere solo la pubblicità di loro interesse, senza che la loro esperienza e velocità di navigazione venga condizionata da una pubblicità spesso eccessiva, intrusiva e quindi non desiderata.

Nei prossimi mesi, il Gruppo 3 fornirà maggiori dettagli sulla collaborazione con Shine Technologies e il settore pubblicitario per assicurare ai propri clienti un’esperienza di navigazione mobile migliore, più personalizzata e trasparente.

Non mi esprimo sulla questione legale della cosa – anche se non credo che una telco possa permettersi di prendere automaticamente i contenuti di un editore, estrarne una parte, e consegnarli ai suoi utenti – ma mi concentro invece sull’ultima frase del comunicato, dove colgo la discesa in campo di 3 come “intermediario pubblicitario”: immagino che gli editori potranno concordare con 3 Italia di spartirsi una certa cifra in base al traffico e/o a determinati formati pubblicitari (non invasivi/pesanti) approvati da H3G.

TIM, Vodafone e Wind, resteranno a guardare?

4. Editore / Blogger

In tutto questo sono gli editori e i blogger ad uscirne malissimo.

Dobbiamo però ammettere una cosa: per anni e anni moltissimi editori online non hanno fatto nulla per innovare e migliorare i formati pubblicitari sui loro siti web, anzi: i banner sono diventati col tempo sempre più invasivi e interruttivi, e la qualità dei contenuti è calata drasticamente (anche a colpi di titoli clickbait) con il solo obiettivo di “far pagine”.

La nota dolente è infatti che, per compensare il calo dei click e più in generale dell’eCPM medio prodotto dai banner, l’editore si è visto costretto ad aumentare le pagine visualizzate del proprio sito.

Per aumentarle, ha iniziato a scrivere su argomenti nonsense utilizzando titoli acchiappa-click, e cercando spesso di camuffare i banner in mezzo ai contenuti per prendere qualche click in più.

Insomma, il classico caso del cane che si morde la coda: meno soldi, più banner (fastidiosi), più contenuti spazzatura e l’illusione di fare più pagine grazie a questi, almeno momentaneamente.

5. Utente / Lettore

Ma in questo modo si serve su un piatto d’argento al lettore l’appiglio per utilizzare AdBlock (o altri strumenti simili) per eliminare la visualizzazione dei banner dalle pagine dei siti web.

Sia chiaro che NON giustifico l’utente medio, soprattutto quello che trova sempre un buon motivo per fruire dei tuoi contenuti, senza però remunerarti in alcun modo. Quello che si lamenta quotidianamente di ciò che pubblichi, ma tutti i santi giorni è lì a leggerti.

Molti di questi lettori tirano fuori la scusa della connessione lenta, del fatto che nei banner sono annidati virus e malware, o addirittura “che Internet è nata libera e non commerciale”, e tale deve rimanere (sì, come no). Ma di fatto sono solo degli scrocconi.

6. Startupper / Influencer / “Guru de noantri”

Chiudo con quelli che, non si capisce a che titolo e con quale competenza, continuano a dire che “tanto un rimedio alla cosa, prima o poi, si troverà”.

Personalmente ho visto negli ultimi anni tentativi da parte di tutti i soggetti possibili ed immaginabili, grandi o piccoli, ma nessuno è riuscito ancora ad inventare qualcosa che possa sostituire totalmente il banner come mezzo di remunerazione per gli editori.

Alcuni di questi stanno utilizzando sempre più le affiliazioni e la cosiddetta “native advertising“, che in buona sostanza non è altro che il vecchio pubbliredazionale con un vestitino più alla moda (con buona pace di chi sogghigna bloccando i banner, ma si sorbisce poi una raffica di marchette).

Google ci ha provato nel 2010 con Newspass, nel 2011 con OnePass, nel 2012 con Wallet for Content e pure nel 2014 con Contributor.

Se nessuno di questi 4 progetti è decollato, un motivo ci sarà. Il motivo è che siamo circondati da persone troppo abituate a non pagare l’informazione online, e più in generale a non pagare tutto ciò che va oltre la connessione ad Internet (e magari neppure quella, se fosse possibile).

Gente che si straccia le vesti per il canone annuale di € 0,89 di WhatsApp. Che appena metti un paywall di qualche euro, cerca in ogni modo di aggirarlo. Che scarica giochi e film sempre e solo gratuitamente, salvo poi lagnarsi che ogni settimana deve formattare il PC a causa di qualche strano virus (chissà come mai, eh).

Se questo è il pubblico che dovrebbe sostenere l’editoria online nell’era post-banner, saranno davvero volatili per diabetici.

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23 Comments

  • Sono d’accordo in liena di massima, ma con una considerazione: il classico banner è, tra le forme pubblicitarie, quello meno invasivo. Niente pop-up o pop-under, video mangiabanda che partono da soli, audio a manetta che rischia di farti partire le coronarie ecc.
    Personalmente quando visito un sito di mio interesse clicco volentieri su un banner (anche perché, se ben targhettizzato, probabilmente avrà un senso per i miei interessi. E’ anche vero che poi per diversi giorni quell’argomento mi perseguiterà sui vari banner di Google, ma è un piccolo prezzo per avere contenuti gratuiti.
    Anche perché l’alternativa non è allettante: se produco contenuti di qualità, come faccio a ricavarne qualcosa? I banner no, i native advertising no, i paywall no… non vorrei ridurre il sito semplicemente a un imbuto utile a recuperare indirizzi mail per poi vendere semplicemente le newsletter (quelle pare vivano ancora bene).

  • “Quando soffia il vento del cambiamento alcuni costruiscono muri, altri mulini a vento.”

  • Ti seguo sempre e ti stimo come professionista….ma i dati che hai esposto non sono veritieri, mi riferisco alla percentuale dei click, io quotidianamente registro più di 500 click su banner adsense e faccio poche migliaia di visite giornaliere.

    Oltre ai miei dati conosco molti editori che registrano i miei stessi dati ed in alcuni casi anche migliori.

    I dati vanno sempre presi con le molle e lasciano il tempo che trovano….

  • Bravo Davide concordo su tutta la linea.
    Ecco perché ritengo che la nuova strategia di CORRIERE.IT è quella che ha più senso tra quelle che avrebbero potuto scegliere. Certo ora avranno un crollo degli accessi (…e tutti correranno su REPUBBLICA.IT a leggere le news) ma l’informazione da che mondo e mondo è stata sempre remunerata.
    Il GRANDE ERRORE è stato commesso dagli EDITORI quando sono approdati a internet concedendo gli accessi FREE in maniera indiscriminata. Ora stanno pagando per quella scelta veramente poco lungimirante.
    Io sono fiducioso, ci vorrà un po’ di tempo ma poi gli utenti, (sempre essetati di informazioni/gossip e quant’altro), non ne potranno stare più senza e ricominceranno (in modo nuovo e diverso) a riconoscere quello che leggono.
    Ci vorrà un po’ di tempo prima di far “tornare” il conto economico… Volete una mia stima?
    Fine 2017.
    Un saluuutooooo a tutti.
    Giulio

  • Ciao,
    penso che la colpa in realtà sia di coloro che ti distruggono il sistema nervoso con popup, video a tutto schermo, pagine pubblicitarie che si aprono senza volerlo… queste sono cose a mio parere veramente indecenti, che infastidiscono veramente chi naviga. Se le pubblicità fossero rimaste non-invasive (come le tue ad esempio), ben fatte ecc. ecc. penso che di AdBlock nessuno avrebbe sentito l’esigenza (ti parla uno che ancora non lo ho ha installato). Le pubblicità invasive sono un fastidio (intollerabile) che rovina un piacere e dunque, nella maggior parte dei casi, l’utente cerca il modo di eliminare il fastidio. Secondo me tornare ad una pubblicità migliore, meno invasiva e meglio fatta è l’unica strada. ciao ciao!

  • Analisi lucida della situazione. Ma sono un po’ più ottimista: la “morte” banner (inteso come ora) e di un adsense “popolare” è auspicabile ormai. E’ solo un incentivo a popolare il web di siti spazzatura, inutili e di abbassare la qualità degli altri (vedi titoli prendi-click).
    Anche se non dovrebbe essere così, il modo di monetizzare (e il facile accesso a tale modo) ha condizionato i contenuti, in peggio. Sono dell’idea che col calare del sistema “metti lo script su una pagina e guadagna” si farà una selezione naturale tra chi sa/vuole fare web e chi ci lucra e basta. Vendita di spazi diretti, affiliation, native, servizi a pagamento, adsense (ma usato bene) et similia saranno protagonisti e chi fa web di qualità ora, non credo avrà problemi.
    L’unico rammarico è sui search engine (punto 2), che ormai hanno mandato in pensione il democratico e stimolante concetto del “non puoi essere primo pagando”. Il risultato sarà che gli investimento su SEO e qualità di contenuti si sposteranno sul SEM. Nel mio settore io lo vedo già e da persona che lavora sulla qualità è demoralizzante.

  • Eccellente!! Condivido pienamente, a purtroppo gli editori siamo messi all’angolo e non si vedono di momento vie di uscite.
    Grazie per il tuo post.
    A presto!

  • Questo è l’articolo che nessuno di noi avrebbe mai voluto leggere. C’è poco da commentare che non serva a consolare chi “ancora” utilizza i banner per finanziare la pubblicazione di contenuti. Ma… Salvatore Aranzulla?

  • c’è da dire che anche AD Block “ragiona” e non blinda indiscriminatamente i banner.
    Mi spiego meglio: sul mio sito ho alcuni classici banner che puntano alla pagina dei rispettivi clienti, ma ho usato lo stesso plugin (AD Rotate per WP) per creare banner su categorie o eventi speciali con una pagina dedicata all’interno del sito stesso. Bene,mentre AD Block mi annulla il caricamento dei primi, i secondi non vengono “cancellati” ma anzi rimangono visibili proprio come se fossero comuni immagini con link ipertestuale (pur avendo caricato le relative gif nella cartella “banner” del sito, che non si dovrebbe fare ma vabbè…)
    Forse c’è un pizzico di buonsenso e non indiscriminato azzeramento di qualsiasi cosa presente sui siti 😀

  • Concordo con Davide, probabilmente sono anche più negativo di lui.

    Non comprendo come Delizard ed altri possano giustificare l’utilizzo di AdBlock o simili iniziative. I siti pieni di popup, popunder, sono la solita giustificazione degli “scrocconi” in quanto ormai tutti i browser li bloccano in automatico. Chi usa questi stratagemmi sono i siti di streaming\download pirata che azionano questi sistemi sempre su azione dell’utente. Quindi chi parla di popup\popunder lo considero a priori uno scroccone.

    Se parliamo al contrario di overlayer, interstitial, modal e similari sappiate che in qualche modo gli editori devono poter pagare i contenuti, che siano di alta o bassa qualità.

    Purtroppo è un momento in cui il calo dei CPM (che devo dire almeno per me è stato veramente lieve, semmai sono diminuiti i budget), la viewability (giusta), il continuo proliferare di siti (cosa normale, in un settore tutto sommato giovane, molto più sentito qui in Italia quando l’utenza internet è stabile da anni, addirittura cala se togliamo quelli che usano prettamente facebook e whatsapp), la crisi che porta gli advertiser a ridurre i budget allettati anche da nuovi metodi come il tanto propagandato PROGRAMMATIC che promettono più qualità a minor costo, ma è vero? (e qui apro e chiudo una parantesi sul fatto che, almeno qui in Italia, nessuno è in grado di lavorarci e soprattutto non esiste editore che ci guadagni rispetto alla tradizionale vendita diretta o tramite concessionaria, nonostante ci siano commissioni da pagare -giustamente- ad ogni passaggio oltre alle mazzette legalizzate dei DN. Non mi risulta redditizio nemmeno sull’invenduto), e ora ci si mettono anche gli operatori… non fa che ripercuotersi su noi editori e in qualche modo è necessario monetizzare.

    Il problema è che a mio avviso questa crisi pubblicitaria non faccia una giusta selezione sui contenuti di qualità, ma al contrario farà morire molti grandi editori a favore di coloro che pagano un articolo 1/2 Euro e che quindi anche con bassi guadagni riusciranno a portare una discreta somma in cassa a fine anno.

    Affermare che riducendo il numero e l’invasività delle ad si può di nuovo tornare a monetizzare e convertire gli scrocconi (ormai il processo è avviato), mi sembra poi utopistico… bello ma irrealizzabile. Anche se fosse vero, quale editore potrebbe accettare una tale perdita per un periodo non breve di tempo (si parla almeno di 18/24 mesi)

    Non conosco il settore dell’editoria all’estero, ma qui in Italia la vedo veramente brutta, soprattutto per chi produce qualità. Il progetto del Corriere a mio avviso non avrà successo (contenta Repubblica come dice Giulio) e dopo il comunicato di Tre (nella speranza che i dettagli del progetto rendano meno folle il progetto di Tre) temo che solo una LEGGE sull’editoria che rendi illegale AdBlock (software e via rete degli operatori), e qualsiasi altro metodo che decurti gli introiti degli editori.

  • @Giulio: che la scelta pay di Corriere.it sia quella giusta lo vedremo (e non sarei così sicuro…)
    ps: che poi è una scelta “furbetta” dal momento che il paywall è aggirabile anche da un bambino di 2 anni e non sono così sicuro che Corriere non lo sapesse, ma tant’è…
    Ma, a prescindere, resta il problema che ci sono interi comparti di business che, da sempre, si reggono sull’adv e non c’è nulla di strano o di trascendentale (Google e Facebook stessi, tanto per non fare nomi, vivono al 99% di pubblicità e non mi sembrano sull’orlo della bancarotta, o no? Lo stesso comparto delle radio etv private italiane, vive e prospera, da sempre, solo sull’adv).
    Quindi non si vede il problema in questo senso.
    Non si comprende, invece, la logica assolutamente arrogante e per certi versi anche stupida di voler “imporre” gli adblocker ai propri utenti, come sembra voglia fare 3 (anche se, pare, limitatamente all’adv video che è quella che succhia la banda maggiore).
    Non vorrei che la verità, come spesso accade, stia nel mezzo, nel senso che la qualità media delle nostre reti cellulari (4G o no) è mediamente scadente e, ovviamente, questo penalizza anzitutto i contenuti video (che si tratti di spot o di altro), quindi l’ad blocker può anche servire ai gestori (alcuni dei quali addirittura promettono di rimborsare gli utenti scontenti del servizio 4G) per limitare la figuraccia per la qualità scadente del collegamento.
    In secondo luogo potrebbe essere una patetica mossa per pretendere un ticket ulteriore sulla visualizzazione degli spot video, giusto per dare una boccata di ossigeno ai propri bilanci sempre più disastrati.
    La pubblicità regna ovunque nel mondo, perchè prendersela solo con quella digitale?
    Perchè, invece, non incazzarsi (e qui sì!) con la pubblicità imposta e non saltabile prima di un film di blu ray pagato decine di euro? O in quella che Sky, nonostante l’abbonamento, impone ai suoi telespettatori?
    Ipocriti.

  • Io confido ancora in un accordo tra adsense e adblock (e programmi simili) per salvare i banner di questo circuito che sono decisamente poco invasivi e oltretutto leggeri. Tranne l’ultima genialata di adsense di inserire ogni tot dei banner popup che per quanto mi riguarda ho preferito disattivare.
    Succederà mai? Ne sento parlare da una vita!

  • Curioso che sembrano essere destinati a calare prima i banner che i popup/popunder

  • >Ti seguo sempre e ti stimo come professionista….ma i dati che hai esposto non sono veritieri, mi riferisco alla percentuale dei click, io quotidianamente registro più di 500 click su banner adsense e faccio poche migliaia di visite giornaliere.

    Concordo con questa risposta, ho un sito con molte visite giornaliere, solo due banner Adsense e nient’altro… oltretutto facilmente riconoscibili come pubblicità. Nessun problema di calo clic in questi anni, tutto procede come sempre… forse i siti seri e con poca pubblicità vengono “premiati” dagli utenti mettendoli in whitelist, cosa che faccio sempre anch’io. Se ti comporti bene meriti d’essere trattato bene.

    Personalmente non credo a questo articolo e a questi numeri generali, occorrerebbe fare delle analisi più approfondite scremando i dati…

  • Dico la mia 😉

    1) Il fattore CTR sta assumendo sempre meno importanza: l’inserzionista premium o big spender è ormai interessato di più alla viewability che al click. Le campagne video pre-roll, le skin, i banner expandable sono quelli con CPM maggiori e vengono pagate solo se l’utente le visualizza. Per quelli che dicono di avere un CTR maggiore di 0,1%: anch’io sugli annunci testuali AdSense ho un CTR maggiore ma il mondo non finisce nel mio giardino…Doubleclick mi sembra una fonte abbastanza attendibile e se dice che quella è la media *mondiale* un motivo ci sarà…
    2) La cosa che temo di più di Google sono le sempre maggiori SERPs che contengono Knowledge Graph o Istant Answers: per chi ha contenuti informazionali può essere un grosso problema e un calo di accessi.
    3) La mossa di H3G mi pare essere soprattutto un ricatto per cercare di raccogliere qualche briciola della torta pubblicitaria (non credo alla buona fede di voler migliorare la vita dei propri utenti): alla fine cercheranno un accordo con i big del settore, Google e concessionarie IAB, anche se mi sembra davvero una mossa meschina (e ai limiti della legalità e Net Neutrality).
    4/5) Su questi punti concordo in pieno con quanto scritto da Lorenzo e Paolo. Sono d’accordo anche con Marco quando auspica un livello d’ingresso più alto per chi vuole “guadagnare col web”: se tutti hanno la possibilità di inserire un paio di tag e ricevere soldi è ovvio che la qualità dei contenuti sarà mediamente bassa e il clickbaiting regnerà.

  • Allora anch’io dico la mia…
    Volete sapere perché quasi tutti quelli che usano Adsense NON si ritrovano con i dati di questo articolo?
    Le percentuali IAB citate vanno dal 1997 al 2008 …praticamente è preistoria! I dati Google invece vanno dal 2009 al 2010 e registrano un calo dello 0.01% dei clic. Ma negli ultimi anni le cose sono cambiate profondamente. Adesso, grazie alla diffusione dei dispositivi mobili (che obbligano a una scarsa privacy) le preferenze degli utenti sono note più che mai, soprattutto alle grandi aziende come Google.
    Questo significa che Google ha imparato a ottimizzare i clic come mai era successo prima. Dieci clic di oggi rendono più di cento clic di qualche anno fa e inoltre i banner sono talmente personalizzati da essere diventati sempre più “interessanti” e sempre meno fastidiosi.
    @Paolo
    Google e Facebook non andranno mai in bancarotta semplicemente perché i contenuti non li producono loro, sono solamente piattaforme informatiche.
    Il problema riguarda unicamente gli editori (quelli veri) che non ce la fanno a CREARE contenuti di qualità con pochi soldi. A meno che tutti decidano di scrivere per hobby o per Wikipedia.

  • Marco scrive: “il modo di monetizzare (e il facile accesso a tale modo) ha condizionato i contenuti, in peggio”.
    Sono d’accordo al 100% ed aggiungo: dopo anni di clickbaiting anche pezzi grossi come corriere.it ci metteranno parecchio per recuperare l’immagine di un prodotto di qualità e per il quale valga la pena pagare una sottoscrizione.

    Il felice caso del NY Times, che ora cresce (con sommo merito di chi ha gestito la transizione) *soprattutto* grazie all’online, non è di certo paragonabile alle trasformazioni che vedremo nei prodotti editoriali del Bel Paese. Mi auguro e spero che ora gli editori tornino a considerare i loro contenuti come la vera anima del loro business. Viva le subscriptions.

  • Non saprei ma sono un po’ scettico, sarà che ho visto blog con CTR al 4% ancora oggi per cui questi dati medi, poi tipicamente americani … mi fanno pensare ad articoli maliziosi tesi semplicemente a screditare il settore, a vantaggio di qualche altro competitor più solido. A me poi pare che il problema sia anche prettamente tecnologico, nel senso che sarebbe già grandioso usare esclusivamente banner responsive e HTML5. Qui ancora si ragiona sui banner Flash e sul fatto che le pubblicità alla “Enlarge your penis” non rendano… di cosa parliamo? Se non cliccano sul banner è – al netto di considerazioni sulla posizione relativa, sulle performance e sulle visite al sito – anche un problema di modello di business scadente o corrotto, non vi pare?

  • Sarebbe bello se riuscissimo a dirci la verità senza tanti giri di parole, io credo che il lettore medio italiano sia uno scroccone senza rispetto, ma non lo dico in modo negativo, lo affermo in modo dispregiativo.
    Se ci pensate un attimo è molto chiaro, “noi” abbiamo uno stato mentale che si protrae da decenni, siamo nipoti di persone che vivevano di raccomandazioni, siamo cugini di persone che non pagano le tasse, siamo figli di persone che cercano sempre la via piu comoda.
    Io ho risolto, non mi interessa fare la gara a chi ce l’ha piu lungo (esempio unici giornalieri), ho scelto la via dei contenuti di valore e faccio pagare per poterli leggere. Sia chiaro il mio è un servizio esclusivo, preciso, puntuale insomma un servizio per persone che pagano per un servizio.

  • Concordo con @delizard. La prima colpa è della pubblicità troppo fastidiosa, peraltro premiata da Adsense, mentre a parole continuava a predicare content is king. Bastava penalizzare sul serio questi siti, non farli uscire a primi posti in serp e il problema sarebbe stato risolto alla radice. ma era troppo bello guadagnare facile, google in primis. Ora i risultati sono questi.
    Per alcuni versi mi ricorsa l’introduzione dell’euro: tutti hanno raddoppiato i prezzi, guadagnando facile, per poi lamentarsi quando il consumatore ha cominciato a stare piu attento.
    Quindi non diamo la colpa al consumatore/lettore.

  • Come la storia insegna, nulla muore ma tutto si trasforma. Non dimentichiamo che attualmente il banner resta la forma pubblicitaria meno invasiva e più apprezzata in tutto il mondo. Ai posteri l’ardua sentenza

  • morte allo spionaggio tracciante “di sito in sito”.
    morte ai “biscottini”.
    viva adblock. viva la privacy, viva tails!

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Max Valle

Max Valle

Da oltre 20 anni, fornisco consulenze per aziende e professionisti, che vogliono sviluppare il loro business, 
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