Buzz Marketing e Web 2.0: il “fenomeno” pay per post

Buzz Marketing e Post a Pagamento

Non mi era mai capitato, fino all’altro giorno, di ricevere proposte economiche per la pubblicazione di post.

Neanche a farlo apposta la mattina un amico mi aveva chiesto la mia posizione rispetto ai contenuti di cui scrivo su kawakumi.com

In parole semplici mi chiedeva se:

  • mi lascio coinvolgere in tali iniziative o sono “agnostico”;
  • mi faccio pagare (se si quanto?);
  • ho qualche esclusiva con la società per cui lavoro o con altri;
  • scelgo di cosa scrivere sulla base di qualche parametro particolare;

La mia risposta “in trasparenza ed onestà” (anche perchè non ho nulla da nascondere :-P) era stata:

  • mai fatto pay-per-post (e come tipologia di “adv”, come dirò di seguito, non la gradisco affatto). Diverso il discorso per eventuali test di prodotti/libri/servizi che ho fatto in passato e che faccio volentieri (a patto che non mi si dica se, quanto e come devo scrivere);
  • nessuna esclusiva con nessuno. kawakumi.com è il mio blog personale e ci scrivo se/quando/come voglio;
  • scelgo di cosa scrivere in base ad un unico parametro: quanto mi interessa la “notizia” e quanto credo possa “far bene” al mio blog e alla mia reputazione.

Torno a casa e nella posta in arrivo mi ritrovo una mail di una grossa agenzia di buzz marketing che mi propone di scrivere un post per una grossa multinazionale offrendomi in cambio dei soldi (nè pochi nè molti, ma non è quella la questione). Tra le regole da accettare per prendere parte alla campagna c’era quella di dichiarare il carattere pubblicitario dell’iniziativa all’interno del post stesso, quindi nessun caso di infiltration marketing o simili.

Dopo aver scartato l’ipotesi di uno scherzo del mio amico, è subito partita la mia riflessione su Buzz Marketing, Web 2.0, sul “fenomeno” pay per post e sulla sua utilità per le due parti in causa: azienda e blogger.

Ho contattato il Tagliaerbe su Skype per avere un confronto sul tema (ma chi me l’ha fatto fare??? :-)) e lui mi ha subito incastrato “invitandomi” a scriverne un guest post (che poi è quello che state leggendo).

Premessa doverosa: non sono il classico “blogger puritano” che disprezza ogni possibile forma di monetizzazione e che dice di “bloggare per la gloria”. Il mio blog mi ha già portato piccole soddisfazioni (anche indirettamente monetarie) e non me ne vergogno.

Faccio parte del network “pubblicitario” Metafora e insieme agli altri siti associati stiamo cercando una soluzione per la gestione della pubblicità sui nostri siti che contribuisca a sostenere i costi dei progetti online in modo etico e soddisfacente per chi scrive, per chi investe e per chi legge.

Proprio per questa mia forma mentis, sono portato a credere che il pay per post (che cerca di inserire pubblicità nei contenuti in maniera più o meno “velata”) non sia utile/soddisfacente nè per chi scrive, nè per chi investe, nè per chi legge.

Personalmente, però, sono molto meno “netto” del Tagliaerbe sulla questione. Non credo (come lui) che il Buzz Marketing stia uccidendo l’economia del web, credo piuttosto che alcuni player del mercato stiano uccidendo (sul nascere) il Buzz Marketing e il Word Of Mouth Marketing in Italia.

La penso esattamente come Maurizio Petrone (che così commentava il 2 marzo su questo blog):

Credo che bisognerebbe fare una distinzione tra ciò che è fatto bene e ciò che è fatto “tanto per”.

Su un forum ad esempio di auto, con sotto-forum dedicati specificamente a Fiat, Lancia, Ford ecc, ce lo vedresti proprio male un AMBASSADOR che si facesse carico di rispondere agli utenti quando questi pongono delle questioni che riguardano direttamente il Brand, e che dal Brand si aspetterebbero una risposta ufficiale?

E su un blog che normalmente parla di prodotti (non certo il tuo o il mio quindi), se il blogger è libero di parlare di ciò che l’agenzia propone, perché non dovrebbe farlo?

Certo, ci sono anche esempi molto più negativi, ma non è oggi che cose di questo tipo sono nate.
E’ oggi invece che, attirati da non so bene cosa, “ci provano tutti” e la qualità media si abbassa parecchio, fornendo esempi anche antipatici, da non imitare.

C’è bisogno di “darsi una regolata”, insomma. Aziende, agenzie e blogger.

Le aziende dovrebbero capire che “forzare” le opinioni dei blogger sui propri prodotti non serve a molto e non vuol dire essere social e fare Buzz Marketing. Certo, esiste il compromesso del “pay per post trasparente”, ma quanto è utile? Mi risulta un po’ come il “messaggio promozionale” inserito sotto agli spot pubblicitari in TV.

Le agenzie dovrebbero aiutare le aziende a muoversi nella maniera più corretta, evitando di proporre tecniche e/o azioni borderline che abbiano come fine ultimo quello di “ingannare” i consumatori. Dovrebbero sostenerle in quello che è un cammino molto complicato che comporta il mettersi in gioco completamente con la propria faccia e con la faccia delle persone dell’azienda stessa.

I blogger dovrebbero smetterla di “(s)vendersi” al miglior offerente a volte non tanto per un prodotto, quanto solo per vantarsi di aver provato un prodotto in anteprima (che a volte poi spesso ti fanno restituire alla fine del test). Dovrebbero piuttosto trovare la loro giusta collocazione tra azienda e consumatore e aiutare l’una e gli altri a conversare. Dovrebbero vestirsi da “arbitri imparziali” in questa “partita sociale”. Dovrebbero aiutare le aziende a guadagnarsi la fiducia dei consumatori (guadagnandosela prima da sè).

Per riscuotere successo, il marketing del passaparola deve guadagnarsi la fiducia dei consumatori, tutelando il loro diritto a una comunicazione onesta e trasparente.

L’essenza del Codice Womma, a cui quello del Wommi aderisce, è riconducibile all’onestà in tre ambiti diversi, sintetizzabili con l’acronimo ROI:

* Onestà di Relazione: rivelare sempre per conto di chi si sta parlando;
* Onestà di Opinione: dire esattamente ciò che si pensa;
* Onestà d’Identità: mai occultare la propria identità.

Questo è quanto dichiara la nascente Wommi (la prima associazione italiana di professionisti del Word Of Mouth Marketing).

Lodevole iniziativa.

Sempre che non restino word ON mouth. 😀

Autore: Davide “kawakumi” Basile (per il TagliaBlog).

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26 Comments

  • Ho ricevuto anche io due giorni fa la richiesta di unpost a pagamento sul mio blogghetto. Ho accettato in quanto si chiedeva una cosa che a mio parere è già lodevole di suo, ovvero “usare” i blogger come trampolini di lancio per le proprie iniziative. Certo se fossero iniziative spontanee tanto di cappello, (non lo studio of corse) ma il fatto che una multinazionale sappia che i blogger hanno un potenziale, mi fa piacere. Per me che non ci vivo affatto di blog lo ritengo più che altro un gioco e una forma di contatto per i clienti, ma per altri blogger che con quel “poco” che gli viene offerte almeno si pagano l’hosting, che male c’è?
    Certo, molto dipende dalla campagna che viene richiesta, deve anche essere valutata se è utile per i propri lettori, se è tematica con quello di cui tu parli solitamente e se non urta la tua sensibilità.
    Inoltre è richiesto di mettere in evidenza che si tratta di post buzz, non si inganna nessuno in questo modo.
    Io l’ho fatta proprio ieri e oltre che per quei due spicci che offrono, l’ho fatta perchè mi piaceva come azione di marketing.

  • @Alessandro: il caso che porti tu è uno di quelli che rientra nella categoria “pay per post trasparenti” che come dicevo nel post è il compromesso accettabile tra l’infiltration e il nulla…

    Quello che mi domando è: quanto serve all’azienda?

    Nel settore automotive (che è quello a cui ti riferisci tu) iniziative lodevoli di blogger relation (e social media marketing in generale) sono state fatte (vedi FORD http://www.kawakumi.com/2008/10/09/fiesta-the-new-ford-aperitest-roma/ e FIAT http://www.kawakumi.com/2008/10/22/8-in-punto-il-webserial-on-the-road-di-fiat/ ).

    Ecco… Secondo me quelli sono soldi ben spesi.

    Il “pay per post trasparente” lo avrei fatto ma SOLO su blog di settore (vedi autoblog ad es.).

    La questione è (IMHO) coinvolgere i blogger per coinvolgere i loro lettori…

  • Quello che chiami “pay per post trasparente” è una soluzione secondo me equiparabile ad un banner un po’ più articolato, uno spazio pubblicitario di spessore per l’azienda che investe.
    Al blogger vanno un po” di soldini, all’azienda un po’ di visibilità, tutto qui.
    Non mi sembra marketing rivoluzionario, mi sembra pubblicità all’antica.
    Se l’azienda contatta blogger che trattano spesso un tema legato ai suoi prodotti non è escluso che possa trarne anche vantaggi diretti.

  • A me danno fastidio i siti pay per post, non perchè non sono etici od altro, ma proprio come dici in a fine articolo perchè fanno svendere chi scrive, mi da fastidio per gl’autori.

    Questi autori possibile che non riescano ed a non pensare “se mi paga vuol dire che scrivo bene, lui ci guadagna almeno il doppio (a dire molto poco) su quello che scrivo, se lo scrivessi per mio conto tutti i guadagni sono miei”.

    Non per questo lo disprezzo, anzi ho anche provato a farlo il pay per post a revenue sharing, però, ho chiarito/si chiariscono bene le condizioni dall’inizio:

    -i diritti d’autore restano a me;

    -revenue sharing finché il mio post è online.

    Questi due presupposti sono sufficienti per non farsi sfruttare, e, tanti autori di blog italiani sfruttano.

    Ciao,
    Yuri.

  • @soloparolesparse: concordo su tutto!

    @yuri: la questione della “credibilità” dell’autore è centrale infatti… (però qui non parlavo di siti che fanno solo pay per post, quelli li considero siti di spam ;-))

    @fcoraz: beh, dai… in alcuni casi molto selezionati e se si dice che è un “post a pagamento” ci può pure stare (ripeto… un post pagato da una casa automobilistica su un blog che tratta di auto… al limite ci può stare…).

  • spunti veravemente interessanti di Kawa ! Non consiglierei mai ad un agenzia di lanciarsi nel business del pay-per-post soprattutto in Italia e sono d’accordo con il discorso di Kawakumi. Proprio per i motivi detti da Davide, i risultati di un pay-per-post sono molto bassi, e per questo interessano soprattutto prodotti a basso contenuto emozionale o con uno storytelling inesistente. Obbiettivo del word-of-mouth ovrebbe essere quello di coinvolgere e si spera creare un passaparola organico una volta superato il momento “marketing” del passaparola (andare oltre la campagna “media”).

    Anche la Nielsen ha fatto notare la differenza nell’impatto di influenza digitale in materia di pay-per-post.

    Ringrzio ancora Davide dell’esempio Ford visto che è stata una delle mie prime campagne, ma ritornando al discorso, direi che mentre in Italia si stà pian piano dando molta più importanza all’ascolto e alla gestione della reputazione online. Sono sicuramente campagne che fanno meno scena, ma molto più utili agli utenti a mio avviso.

    Parlando della Francia il discorso pay-per-post si è autoregolato, e i logger che partecipano sono più che mai trasparenti e liberi di dire quello che vogliono. Raramente accettano di partecipare se non è in linea con il proprio blog.

  • Scusate l’intromissione, ma questa discussione mi sembra molto simile a quella che si faceva nei primi del 900 per la libertà di stampa… cambia il mezzo il problema è lo stesso: i professionisti della comunicazione, cioè i giornalisti, coloro che vivono per dare informazioni a terzi (oggi vogliamo chiamarli blogger? va benissimo, fanno lo stesso identico lavoro) devono avere un codice etico. Ok, ma chi lo controlla? e inoltre,, oggi, a differenza dell’inizio el secolo scorso, non c’è una barriera strutturale per iniziare a pubblicare (oddio, veramente non c’era neanche allora, visto che i primi “giornali” erano ciclostilati e ognuno poteva farsene quanti ne voleva). Si dice, l’onestà intellettuale paga perché gli utenti leggeranno sempre le persone di cui si fidano. Falso, le persone leggeranno sempre le notizie che cercano, e le cercano su Google, meno su Bing, oppure su Facebook… quindi troveranno chi sarà meglio posizionato, vecchio SEO… quindi, probabilmente tornerà la logica un po’ più datata del marchio: il brand awarness, termine orrendo per dire che il tuo marchio è noto. Insomma, credo che la discussione in atto sia uguale a quella che da anni, secoli spopola sulla carta stampata, alla radio, alla Tv e ai “vecchi” media: bisogna accettare o no i Pubbliredazionali? anche qui, vogliamo chiamarli pay per post? La sostanza non cambia. In definitiva credo che tanti li accetteranno, meno saranno disposti a pagarli (ovviamente chi è più noto a maggiori chances) e non necessariamente saranno dannosi per il suo sito, sono anni che riviste come Quattroruote sono indicate come riviste di marchette eppure la gente continua ad acquistarle.

  • @Tommaso: nessuna intromissione, i post servono a generare conversazioni, quindi ben vega il tuo commento.

    Le risposte alle tue domande le trovi un po’ in tutti gli altri commenti sopra…

    Sulla questione “Quattroruote fa marchette e continua a vendere” non sono d’accordo… Io non vorrei mai che il mio blog fosse “marcato come marchettaro”. 😉

  • Ciao Kawakumi,

    sono d’accordo, a nessuno piace essere etichettato come marchettaro. Il punto che trovo nodale nella questione è il seguente: ci troviamo di fronte all’inizio di un nuovo periodo, o come dice qualcuno, di una nuova era. Come tutte le grandi rivoluzioni all’inizio si generano molte aspettative e molte opportunità, la riflessione che pongo è un’altra: in passato, con la nascita dei primi quotidiani, o semplicemente pensando alle prime radio libere, il senso di libertà è molto alto e tanti appassionati si dedicano con dedizione al “nuovo” mezzo per comunicare. Certo, internet è qualcosa di differente, per definirlo come ha fatto Ainio di Banzai è una piattaforma, su cui si può costruire qualsiasi cosa. Ecco, la domanda che mi pongo è la seguente: quanto è alto il rischio che anche la rete e i blog vengano, prima o poi, fagocitati dalla legge del profitto? La storia insegna che dopo un periodo di relatva libertà nasce il problema della monetizzazione e del guadagno, perchè per i pubblisher on line il discorso dovrebbe essere differente? Come tutti anche io spero che non accada, ma i segnali che vedo in giro sono tutti in questa direzione, e non parlo di prodotti cartacei che migrano verso il digitale con una mentalità da secolo scorso, ma di start-up internet che puntano decisamente su formule accattivanti e remunerative, affrontando investimenti e “assumendo” personale qualificato. Queste realtà sono competitive, sono dinamiche e “fanno” business… anche pagando blogger per scrivere per loro, ma la mia esperienza editoriale mi insegna una cosa: se un giornalista non vuole scriver e un articolo non è mai un problema, se ne trovano altri 100 che lo fanno per meno denaro. Mmmmh forse sono stato un po’ troppo pessimista, ci sono tanti bravi, come questo blog insegna, ma credo che la monetizzazione sia davvero un problema centrale.

  • Si Tommaso,
    l'”etica” (perchè, alla fine, parliamo di quello) è un tema enorme, e il sottoscritto si sta battendo da un pò su questo argomento.

    Io sogno una Rete dove non debba districarmi fra le marchette per trovare i contenuti, dove possa capire a colpo d’occhio se un articolo è “sincero” o “comprato”.

    Per carità, pure l’articolo comprato ha il diritto di esistere. Ma io, in qualità di lettore, devo saperlo. In modo da avere la libertà di NON leggere più chi si vende, sistematicamente, a destra e a manca. E invece voglio continuare ad attingere solo da fonti “certificate”, magari anche pagando qualcosina.

    Ma forse sto solo sognando… 🙂

  • @Tagliaerbe: interessante lo spunto sulla “certificazione” delle fonti… Ma chi le certifica? In base a quali parametri?

    Il discorso è davvero lungo, ma molto molto stimolante.

  • @Tagliaerbe: Non credo tu stia sognando, è un pensiero e una speranza comune. E’ giusto sapere se una articolo è comprato o meno. Nella deontologia giornalistica è ben specificato quando un articolo è da considerarsi “pubblicitario” e quando invece no. Oggi, nel cartaceo, almeno per quanto concerne il tipo di riviste di cui mi occupo, il compito è demandato a un controllo esterno. Nel nostro caso, ad esempio, utilizzando delle tariffe postali incentivate per la spedizione delle riviste in abbonamento, se ne occupano le poste. Queste dovrebbero verificare che il 50% del carico pubblicitario non superi la parte redazionale, valutando anche se un articolo può o meno considerarsi pubblicità. Ovviamente è più complecato effettuare questo controllo sul web e, soprattutto, non si capisce chi dovrebbe farlo, probabilmente i lettori stessi, sempre che siano in grado di saper distinguere tra i due tipi di articoli. In ogni caso i contenuti a pagamento sono sicuramente una buona strada: si paga quel che si vuole leggere. Tuttavia, anche considerato quanto affermato all’ultimo convegno dell’ordine dei giornalisti di Milano da Enrico Finzi, di AstraRicerche e cioè che “circa 3.3 milioni di Italiani sarebbero disposti a pagare le notizie in rete” purché affidabili, credo che ci sarebbe ancora lo scoglio dei sistemi di pagamento (ancora troppo farragginosi a meno di non abbonarsi con una formula annuale). Ripeto il mio concetto, secondo me siamo ancora all’alba di una nuova tecnologia e i cambiamenti arriveranno presto: mentre parliamo di internet come una cosa statica oggi bisogna già pensare all’evoluzione mobile della rete, che probebilmente porterà notevoli benefici economici a tutti. Per quel che riguarda l’etica… beh, il discorso è ampissimo, ma già oggi tanti giornalisti la sueguono e tanti no… speriamo che prevarrà il primo tipo di persone!
    ultima cosa, complimenti per il blog, forse lo avevo già detto in qualche post ma repetita jouvant!

  • Guadagnare scrivendo un post per un’azienda non vedo cosa abbia di male, è il blogger a decidere/selezionare i contenuti e a curare la propria credibilità. Non sono uno di quelli che vede nel commercio tutto il male.

  • @YouON: la questione non è “cosa c’è di male?” ma “serve?”

    Secondo me no (se non nei casi specifici cui accennavo in precedenza).

    Poi è ovvio che “è il blogger a decidere/selezionare i contenuti e a curare la propria credibilità”…

    Il mondo (anche quello dei blog) è bello perchè è vario ed ognuno si gestisce a modo suo. 😉

  • Lato comunicazione, quando si parte con una campagna di buzz si cercano blogger influenti. Purtroppo l’influenza dei blogger è spesso una pia autoillusione ed anche numericamente l’audience è spesso limitata.
    Sul lato etico-economico, è così poco il denaro mosso da questi pay per post, che è gioco facile fare i puri. Sarebbe bello che arrivasse un’offerta da quindicimila euro per un post: allora si vedrebbe chi ha le “palle” per dire no, e se trionferebbero l’etica o il denaro. Se poi pensiamo che il denaro “non è la questione” ok, facciamo i cavalieri senza macchia, fondiamo associazioni per l’onestà ma allora escludiamo dal nostro vocabolario il pay per post, accezione in cui c’è il “post” e, volenti o nolenti, c’è anche il “pay”. In certi casi è meglio essere tranchant che stare tiepidi a mezza via.

  • @Stefano Piotto: si, sarebbe bello vedere una offerta da 15.000 euro per un post. Peccato che di offerte da 15.000 euro, nella mia vita, ne ho viste pochissime, ed erano solo per enormi campagna pubblicitarie destinate ad un enorme portale.

    Non so in quale settori operi, ma tutto quello che mi propongono (e non parlo per questo blog, ma per il network di siti per cui lavoro) dal mondo del “buzz marketing” sono briciole. Elemosina. In parecchi casi, NULLA (ti viene in pratica detto dall'”ambassador” che è una OPPORTUNITA’ per te e per i lettori del tuo sito che lui/lei sia presente sul tuo forum a discutere con gli utenti). Peccato però che la buzz agency i soldi se li metta in tasca. E a te lascia… l’opportunità 🙂

  • @Stefano Piotto: secondo me il tuo è un discorso troppo generico… parli di scenari che (IMHO) mai si concretizzeranno in Italia.

    Il giorno in cui qualcuno offrirà 15k per un post vorrà dire che tutto il web sarà cambiato e che le logiche non saranno quelle con cui ragioniamo oggi.

    Io (fortunatamente) non campo di blog e quindi posso dirti che non ne faccio una questione di soldi, ma c’è chi (in Italia ancora pochissimi) ci campa e per adesso guadagna dall’adv.

    Se l’adv dovesse “morire” e trionfassero le logiche distorte del Buzz Morteking (quindi non del Buzz Marketing fatto come si deve), chi campa di blog dovrebbe fare i conti con la realtà.

    Ma, ripeto, è uno scenario abbastanza “apocalittico”… dovrebbero realizzarsi contemporaneamente le due cose: il crollo del sistema per come ora è congegnato e dall’altra parte cifre MOLTO importanti che riempiano quello che si andrebbe a perdere con i banner. E a quel punto giù di Pubbliredazionali etc.

    L’alternativa, molto più valida secondo me, è il freemium, ma per ste cose non basta un libro…

  • Quello che intendo dire è semplicemente che davanti a cifre irrisorie o nulle è facile dire no. In questo senso il non ricevere pagamenti elevati è facilitante dal punto di vista etico. La vera personalità etica si vede davanti a grandi tentazioni. Sul piccolo cabotaggio, fare discorsi di etica generale è un po’ semplicistico, tutto qui.
    @Tagliaerbe
    la mia agenzia è trasversale. Lo sai anche tu che per alcuni settori i budget che girano sono molto più elevati, poi naturalmente vengono spalmati su vari portali / media. Il 15.000 era naturalmente un paradosso, credo che qualcuno cederebbe anche per molto meno…
    @kawakumi
    un’etica che cambia a seconda dello scenario non è un’etica, è costume: anche per questo ci vorrebbe un libro, magari di un novello Kant 😉

  • @Stefano Piotto: guarda che comunque il discorso dell’etica lo hai iniziato tu. Nel post (se lo rileggi bene) non si parla di etico o non etico ma di utilità (per aziende, blogger e utenti) del fenomeno pay per post.

    Per me il pay per post è inutile e quindi NON lo consiglierei alle aziende (tranne nei casi specifici di cui ho parlato nei commenti precedenti), NON lo accetterei come blogger (in nessun caso se è questo che vuoi sentirti dire), NON ne auguro la diffusione agli utenti del web.

    Ti dico anche che l’offerta che mi hanno fatto per quel post non era poi così bassa in relazione alla “dimensione” del mio blog (erano soldi che non ho mai visto in anni di adsense prima di passare a Metafora).

    Quindi inutile tirare in mezzo Kant in una discussione in cui si dovrebbe parlare al massimo di Levine, Locke, Searls, Weinberger e Anderson. 😉

  • @kawakumi
    Ih ih, Kant era di un’altra categoria 🙂
    Scherzi a parte, io ho consigliato il buzz in casi di diffusione di un nuovo brand e lo sto consigliando per alcune iniziative relative a prodotti/servizi non ancora diffusi in Italia: in particolare nel secondo caso lo scopo del buzz non è vendere (cosa che non rientra negli obbiettivi del buzz) ma far conoscere e discutere. Dietro tutto questo naturalmente c’è una selezione per target simile a quella dei piani media.
    Ho l’impressione però che a volte la parola buzz sia ingannevole: sembra continuamente portare ad un concetto simile a “tanto rumore per nulla”. In realtà il buzz incontrollato non è mai proposto, nè le aziende sono disposte ad accettarlo: la paura del giudizio degli utenti è un sentimento molto diffuso, soprattutto nei legali delle aziende. Si cerca un compromesso tra comunicazione controllata e spontaneità: forse si cerca l’impossibile, però ci si prova.

  • @Stefano Piotto: eheh ci hai messo un po’ a googlare “Levine, Locke, Searls, Weinberger e Anderson” 😀

    Scherzi a parte… dici che “lo scopo del buzz non è vendere” e che “vendere non rientra negli obiettivi del buzz”… e perchè allora le aziende dovrebbero pagare per il Buzz?

    Lo scopo ultimo di qualsiasi azione di qualsiasi azienda resta sempre vendere. Trovami un direttore marketing di una qualsiasi azienda che dica che investe soldi senza il fine ultimo di vendere e ti faccio chapeau. 😉

    Il Buzz è per sua definizione “incontrollato” e può anche risolversi in “tanto rumore per nulla”. Questo come dici tu non è proponibile e le aziende non sono disposte ad accettarlo.

    Ed è per questo che prima di far fare Buzz alle aziende bisognerebbe aiutarle a capire che se hanno sempre prodotto e venduto polpette di carne con i metodi del marketing tradizionale, non possono/devono credere che basti metterci sopra un po’ di panna montata e sciroppo (il nuovo marketing) per essere migliori e vendere di più.

    Le polpette di carne con la panna montata faranno semplicemente venire l’indigestione ai loro consumatori!

    (e così ti ho citato anche Godin e abbiamo completato il quadro degli esperti :-P)

  • @kawakumi
    Dici bene, il fine ultimo è vendere, ma la vendita diretta non è lo scopo del buzz, almeno se si tratta di aziende di un livello elevato. Si tratta invece di costruire un valore intorno al brand: le vendite saranno una conseguenza, da qui le fifficoltà di monitorare l’efficacia di questo tipo di attività, ma di questo il Taglia ha già trattato in altri post…
    ciao e grazie per la discussione 🙂

  • secondo me c’è da chiedersi:

    1) il blogger può, anche s epagato, dire quel cazzo che gli pare sul prodotto?
    2) sul blog è scritto chiaramente che è un post a pagamento (come si fa per i pubbliredazionali)?

    e su questo fare un ragionamento. Mi piace ancora crederer nel senso critico degli internauti 😉

    PS: per il discorso WOMMI, se ti stà a cuore, credo che un bel passo per far si che non sia solo Word ON Mouth è prenderne parte. che ne dici 😉

  • @Stefano Piotto: grazie a te… è sempre un piacere il confronto su questi temi.

    @alex: certo… il senso critico degli utenti resterà sempre l’ago della bilancia (si spera).

    Per WOMMI… ho aderito il primo giorno di messa online del sito tramite l’apposito form… lo sai che il discorso mi stà molto a cuore… se c’è da fare sono disponibile. 😉

  • Le cose emerse in questa discussione su FriendFeed (http://ff.im/aiQJM) confermano che quello del PayPerPost è un terreno quantomeno ambiguo…

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Max Valle

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