Google Mugshot, l’algoritmo che ti salva la reputazione

Foto segnaletica di Bill Gates

Secondo questo articolo apparso sabato sul New York Times, il 3 Ottobre 2013 Google ha introdotto un nuovo algoritmo atto a colpire i siti di mugshot, ovvero quei siti web che raccolgono foto segnaletiche associate ai nomi e cognomi delle persone: nulla a che vedere dunque con Hummingbird o col Penguin 2.1, ma un ennesimo update nuovo di zecca.

Matt Cutts, con questo tweet, ha ammesso che Google ha lavorato per mesi al nuovo algoritmo, probabilmente anche a seguito del polverone sollevato da Jonathan Hochman a Febbraio di quest’anno.

Come spiega proprio Hochman sul suo blog, i mugshot site setacciano i siti web delle forze dell’ordine per alimentare i loro database con foto segnaletiche di persone arrestate.

Il danno, per chi finisce su questi siti, può essere triplice:

1. le pagine dei siti di mugshot sono (anzi erano, visto il nuovo algoritmo) spesso ben posizionate su Google. Chi ti sta cercando col tuo nome e cognome, potrebbe trovare come primo risultato proprio il link ad un sito di foto segnaletiche (ovviamente solo se hai combinato qualcosa di brutto negli USA):

Esempio di mugshot site nelle SERP di Google

2. i siti di mugshot chiedono centinaia di dollari per eliminare i tuoi dati dai loro database. Ma essendo parecchi, se ti cancelli da uno potresti comparire in un altro, e quindi ti vedresti costretto a sborsare un sacco di soldi per cancellare completamente le tue tracce.

3. molte delle persone arrestate sono poi risultate innocenti, ma a causa di questi siti han trovato parecchie difficoltà nel trovare un lavoro, o anche solo ad affittare un appartamento.

Diritto all’oblio e diritto di sapere

Google Mugshot, per quanto parta con tutte le più buone intenzioni, solleva però importanti interrogativi.

Come scrive Hilary Mason, i dati presenti in questi siti sono in una sorta di “zona grigia”: sono pubblici, nel senso che possono essere richiesti presso gli uffici dei comuni nordamericani, ma ovviamente con un gran dispendio di tempo.

E sono comunque disponibili sui database online di ogni singolo stato; anche in questo caso, occorre però investire parecchio tempo per trovare l’informazione che si cerca.

Google, e i siti di mugshot, hanno accelerato incredibilmente questo processo, incrociando il nome e cognome della persona con la foto segnaletica subito disponibile nelle SERP, in una frazione di secondo.

Secondo Hilary, il miglior compromesso potrebbe essere quello di introdurre un certo “attrito” nella ricerca di questi dati, eliminando l'”estorsione” pecuniaria che alcuni di questi siti praticano, pur mantenendo la possibilità di accesso per i giornalisti e le persone interessate a fare questo genere di ricerche per lavoro.

Mathew Ingram rincara la dose portando come esempio TheSmokingGun.com, storico sito web che pubblica quotidianamente documenti legali, foto segnaletiche e dati sugli arresti di persone solitamente non coperti da altri mezzi di informazione.

E si chiede se un domani questo, o altri siti “scomodi” (come Wikileaks) potrebbero sparire dalle SERP del motore di ricerca.

Concludendo

Insomma, ci si domanda se e quanto sia corretto che Google possa applicare particolari filtri a determinati siti – che contengono e/o aggregano dati che sono comunque di pubblico dominio – nascondendone la visibilità. Ci si interroga sulla capacità di Google di distorcere la realtà, di mostrare un elenco di risultati che può non essere quello… “corretto”.

“L’utente prima di tutto”, “la democrazia sul Web funziona” e “la nostra mission è facilitare l’accesso alle informazioni per le persone di tutto il mondo e di tutte le lingue” sono solo alcuni passi tratti dalle 10 verità di Google.

Ma ogni tanto meglio metterci qualche algoritmo ad aggiustare il tiro… o no? 🙂

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2 Comments

  1. marcostizioli 10 Ottobre 2013
  2. Marco 10 Ottobre 2013

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