Perché odio Google

Io odio Google

Ha il potere di creare tendenze e promuovere punti di vista, dunque di modificare la realtà.

The Problem

Il mondo moderno ha il suo oracolo. Non accadeva nulla di simile dai tempi di Socrate, il quale sosteneva che perfino le parole dell’Oracolo di Delfi potevano essere confutate, alla luce della ragione.

Il moderno oracolo di Delfi si chiama Google. Si tratta di un’azienda la cui missione è “organizzare tutte le informazioni del mondo”. Tecnicamente, ciò significa usare potenti server per dare la giusta sistemazione ad ogni singolo byte circolante sulla Terra. Il criterio di classificazione è noto solo a grandi linee, eppure il servizio risulta gradito alle masse. Il motore di ricerca Google, inventato dall’azienda omonima, è veloce e funziona meglio dei concorrenti. Chi oserà confutare tali argomentazioni?

Eraclito, Socrate ed io proveremo a confutare tali argomentazioni. Secondo Eraclito, filosofo presocratico, “Sapere tante cose non insegna ad avere intelligenza”, frase che sembra coniata per il World Wide Web, un mass-medium costituito per la maggior parte da non-senso. Due studenti americani intuirono per primi la necessità di una guida generale, una specie di elenco telefonico di Internet. L’idea pareva buona (Yahoo!), ma poi venne Google. I guru analizzarono il codice HTML e compresero che gli esseri umani usavano Internet per dire più o meno le stesse cose, qualunque lingua parlassero. Dunque, ciò di cui il mondo aveva bisogno era una formula, un’equazione, un algoritmo matematico.

Il problema è che gli algoritmi matematici non svelano la verità, ma la fabbricano. Un fenomeno ben conosciuto dai fisici (un po’ meno dagli ingegneri) è l’effetto delle costanti, la cui sostituzione (anche di una sola) può causare la scomparsa di un intero universo. Se usati per la classificazione delle pagine web, gli algoritmi matematici hanno il potere di creare tendenze e promuovere punti di vista, dunque di modificare la realtà, nel momento stesso in cui la osserviamo.

The Challenge

Nel World Wide Web circolano informazioni di vitale importanza che nessuno utilizza. La responsabilità di ciò è dei motori di ricerca (nati nel secolo scorso) e del criterio da essi adottato per stabilire cosa è importante, e cosa non lo è.

Il criterio adottato è il seguente: se il termine A (ad esempio “sex”) viene scritto o letto più frequentemente del termine B (ad esempio “danger”), vuol dire che A è più importante di B. Si arriva così a stabilire che ogni pagina legata a “sex”, anche non direttamente, gode di precedenza assoluta sulle pagine legate a “danger”. Se queste ultime contengono dati di vitale importanza nessuno se ne accorge, poiché il rumore diventa assordante, ovvero preponderante rispetto al segnale. E’ come se, dovendo acquistare un impianto hi-fi, scegliessimo quello con il rapporto segnale/rumore più basso. Sarebbe come dire: piove sempre sul bagnato, i ricchi diventano sempre più ricchi, e così via.

Il massimo esponente di questo modus operandi è il motore di ricerca Google, i cui algoritmi sono pensati per scovare i siti più “cool” e dimenticare tutto il resto. Possiamo immaginare un modus operandi diverso?

The Solution

Un algoritmo in grado di svolgere alla velocità di Google il lavoro dei redattori umani di Yahoo! Ecco il genere di soluzione che piacerebbe a Socrate.

Gli antichi greci erano più intelligenti di noi – punto. Forse lo erano perché disponevano di meno informazioni. Se fossimo consapevoli dell’impatto delle informazioni sui nostri cervelli, sceglieremmo servizi a impatto zero. Ipso facto, il nostro modo di pensare cambierebbe.

Impatto zero, con riferimento ai problemi ambientali odierni, indica un’attività priva di azione nociva sull’ambiente, poichè non produce emissioni di anidride carbonica o altre sostanze inquinanti. Con tale termine si indica anche lo stile di vita di alcuni individui, i quali hanno cura di acquistare automobili dotate di marmitta catalitica ed elettrodomestici a basso consumo.

Bene, se applichiamo il principio della marmitta catalitica al World Wide Web, otteniamo effetti sorprendenti. Primo, scopriamo di poter vivere con meno informazioni, purchè siano quelle importanti. Secondo, possiamo fare in modo che la tecnologia lavori per noi, non viceversa. Terzo, ne può nascere un’economia realmente sostenibile. Un mercato globale in cui tutti guadagnano: gli utenti, che cliccano di meno e imparano di più, nonchè i produttori, i quali investono meno in pubblicità e ottengono maggiore attenzione.

The Mission

La sensazione comune è che il mondo si trovi alla vigilia di una radicale trasformazione, e che Internet rappresenti il motore di questa trasformazione. Dunque, se vogliamo accelerare il processo in atto, dobbiamo abbandonare le tecnologie di ricerca a forza-bruta. I servizi attuali sono poco attendibili, poiché non c’è intelligenza dall’altra parte del filo. La banda passante è consumata dal lavoro incessante degli algoritmi, pensati per evidenziare la pubblicità e oscurare la vera informazione.

La pubblicità online, così com’è concepita oggi, è vera informazione? La promozione di qualunque prodotto o servizio si basa sulla visualizzazione di messaggi non richiesti, accettati mediamente l’uno per mille delle volte e pagati dall’inserzionista (pay-per-click). Strano che nessuno comprenda i danni – economici e sociali – causati da questa forma di spamming. Si tratta di un modello di business che crea e mantiene in vita una netta divisione tra la popolazione mondiale, oggi raggruppata nelle note categorie degli info-ricchi e degli info-poveri (digital-divide). Info-povero è colui il quale non possiede un computer o la competenza necessaria per utilizzarlo. Esistono info-poveri economicamente ricchi, come esistono info-poveri davvero poveri. Sono individui accomunati dalla mancanza di consapevolezza. Essi non sanno che il computer, come la tavoletta sumerica o la penna biro, è un artefatto cognitivo: uno strumento creato per amplificare l’intelligenza umana.

The Vision

Come sarà il motore di ricerca della nave stellare USS Enterprise? Fornirà informazioni sulle informazioni (un indice) o risposte dirette?

Programmi in grado di fornire risposte dirette, previo “apprendimento”, esistono da una ventina d’anni. Si chiamano assistenti virtuali e nessuno si accorge della loro esistenza. Forse perché non apprendono nulla, se non quando i dati hanno una struttura fissa, creata da un essere umano. Nonostante l’enfasi dei produttori sulle loro prestazioni, non sono in grado di dare un senso ai dati. Il World Wide Web è l’apoteosi del non-senso, perciò tali programmi sono di scarsa utilità.

No, la killer-application non è l’assistente virtuale o l’e-book, ma l’elaborazione del linguaggio naturale. La capacità del libro elettronico di memorizzare un’intera biblioteca non ne farà una killer-application, fino al giorno in cui il menu non comprenderà (ad esempio) un’opzione per il sunto automatico.

Dare un senso al web per contrastare l’overload informativo: tutto questo è Semplicity, il motore di ricerca che ho progettato e di cui mi limito a segnalare l’esistenza. Non dirò altro per il momento, se non che Semplicity fornisce risposte dirette, funziona senza pubblicità ed è stato definito l’anti-Google. La definizione non è mia, tuttavia descrive alla perfezione il problema, la sfida, la soluzione, la missione e la visione di cui parlo in questo articolo.

Autore: Francesco Lentini, ideatore di Semplicity, per il TagliaBlog.

In questo video, girato a dicembre al Working Capital di Milano, Francesco Lentini fornisce ulteriori dettagli circa il suo “anti-Google”:



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147 Comments

  1. Gio 21 Aprile 2010
  2. Mik 21 Aprile 2010
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  21. Tagliaerbe 21 Aprile 2010
  22. Massimiliano Mancini 21 Aprile 2010
  23. Martin Benes 21 Aprile 2010
  24. Francesco Lentini 21 Aprile 2010
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  27. Francesco Caruccio 21 Aprile 2010
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  49. Francesco Lentini 21 Aprile 2010
  50. Mik 21 Aprile 2010
  51. Francesco Lentini 21 Aprile 2010
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  53. Francesco Lentini 21 Aprile 2010
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  112. Francesco Lentini 5 Gennaio 2012
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