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E’ da un po’ che non mi faccio vivo perché nell’ultimo articolo avevo detto che mi era venuta un’idea e avevo promesso di scriverci su qualcosa, e per realizzarla ho chiesto aiuto a una collaboratrice che si occupa di comunicazione. Forse qualcuno già conosce i dati che seguono, ma quello che voglio davvero dire, lo dirò dopo.

Si tratta di un’analisi di mercato sulla “visibilità” che hanno le Piccole e Medie Imprese (PMI) nel panorama della comunicazione e della pubblicità off-line sui vari media “tradizionali” (TV, carta stampata, radio). Ricordo un dato: l’80% circa del tessuto microeconomico italiano è composto da PMI, quindi si parla di numeri abbastanza grandi (qualche milione di aziende).

La ricerca è abbastanza ampia, ma propongo dati sintetici (nei limiti del possibile) per non appesantire la lettura.
La ricerca parte dall’analisi (effettuata da Nielsen Media Research) dei dati relativi all’evoluzione del mercato della pubblicità nel periodo 1975-2008.

Evoluzione del mercato della pubblicità fra il 1975 e il 2008


Questo grafico evidenzia che, dopo una fase in cui era cresciuta di più la stampa, la televisione ha aumentato il suo predominio nel periodo 1990-1997. Sembrava che nel 1998-2001 ci fosse l’inizio di un’inversione di tendenza, ma nel 2002-2005 la pubblicità televisiva è salita a un livello ancora più alto di quello che aveva in passato.

I settori economici in cui è maggiormente concentrato l’investimento di comunicazione e pubblicitario sono settori come: l’alimentare, l’automobilistico, le telecomunicazioni, l’abbigliamento, quello delle bevande-alcoolici, il bancario (finanza e assicurazioni); il petrolifero, il turismo e viaggi; quello degli elettrodomestici; quello dei giochi e degli articoli scolastici. I prodotti “di largo consumo” che negli anni ’80 rappresentavano quasi metà degli investimenti totali, nel decennio seguente erano scesi a meno di un terzo. Sono cresciuti i servizi, le comunicazioni (in particolare la telefonia) e le attività finanziarie. In questo senso il quadro italiano si sta gradualmente avvicinando a quello dei paesi più evoluti nell’economia e nelle strategie d’impresa.

Le prime 30 imprese che partecipano e alimentano questo “gioco” della comunicazione e della pubblicità sono sui media tradizionali sono:

Le prime 30 imprese del mercato adv

Questo grafico mostra che sono le grandi imprese dei settori “tradizionali”, come il “largo consumo” e le automobili ad avere maggiore “peso” nel mercato delle pubblicità e della comunicazione, e che c’è stato un forte aumento della pubblicità in alcuni settori “nuovi”, in particolare quello della telefonia. Ma in ogni caso stiamo parlando di multinazionali…

Secondo un’analisi dell’UPA (Utenti Pubblicità Associati), ci sono più di 11.500 imprese in Italia che investono in pubblicità, ma questo dato è caratterizzato da una forte concentrazione: le prime 60 (cioè lo 0,5 % delle imprese) coprono il 40 % degli investimenti totali (dieci di queste hanno un investimento annuo superiore ai 100 milioni di euro). Le prime 500 (cioè il 4 % delle imprese) spendono l’80 % del totale. Il restante 20 % degli investimenti complessivi è suddiviso fra più di diecimila imprese, con un investimento medio di circa centomila euro all’anno. Sebbene i costi della pubblicità sui media tradizionali si siano fortemente ridimensionati, continuano comunque ad essere fuori dalla portata delle PMI ed esclusivo appannaggio delle multinazionali a causa degli esorbitanti costi delle campagne.

Ma la ricerca Nielsen evidenzia anche un altro dato molto interessante e cioè il forte calo degli investimenti pubblicitari nei canali tradizionali a tutto vantaggio del WEB. Si sta assistendo ad un “trade off” tra le due forme di pubblicità e comunicazione. Il 2008 ha fatto registrare un +19,7% sul 2007 per quanto riguarda gli investimenti pubblicitari sul WEB, e siamo in attesa dei dati 2009, che già nei primi 9 mesi dell’anno mostrano ancora segnali positivi sul 2008.

Alcuni dati elaborati dal’EIAA MEDIASCOPE EUROPEAN STUDY dicono che circa il 41% degli utenti internet hanno cambiato idea sul marchio che stavano per acquistare dopo avere consultato il WEB.
Cosa sta succedendo? Semplicemente che in questo canale di comunicazione e pubblicità le “big company”, le PMI e i privati se la giocano ad armi pari!!

Concludo l’analisi citando una ricerca condotta da ASSOCOMUNICAZIONE la quale sostiene che le aziende italiane investono su internet (in termini di pubblicità e comunicazione) meno delle aziende americane e dei principali paesi europei. Se negli USA l’investimento medio pro-capite in comunicazione commerciale è di 700 euro, in Gran Bretagna 600, in Francia e in Germania 500, in Italia siamo “fermi” a quota 270 euro. ASSOCOMUNICAZIONE dice che questo ritardo è dovuto, oltre che alla mancanza di una cultura della comunicazione da parte delle PMI e ai costi di cui ho detto sopra, anche al fatto che la comunicazione viene ancora vissuta come un costo, piuttosto che come un vero e proprio asset competitivo delle PMI.

Fine della ricerca. Ci sono altri dati, ma credo che questa sintesi vada bene.
Cosa potrebbe significare tutto ciò? Torniamo al dato iniziale: l’80% del tessuto microeconomico italiano è rappresentato da milioni di PMI che cercano (o potrebbero cercare) una visibilità che ora non hanno per promuoversi, che sono tagliate fuori da un certo gioco competitivo, e che sono in attesa di qualcuno che apra loro gli occhi senza esagerare nell’aprirgli anche il portafogli…

Secondo me, questo induce a riflettere sullo spalancarsi di sconfinate praterie da cavalcare per tutti i SEO italiani. Ci sono immense opportunità di business (ma questo lo sapete anche voi) che, se organizzate in modo scientifico, potrebbero dare vita a nuove realtà imprenditoriali molto forti sul mercato della consulenza SEO. Sicuramente, possono fare di più dieci SEO che si coalizzano e si mettono in società, piuttosto che uno da solo, il quale rischia (come giustamente commentato da qualcuno nel post del SEO INDIPENDENTE) di dovere fare anche le pulizie nel suo ufficio…

In dieci ci si divide i compiti, si studiano i mercati, si fa pubblicità, si incontrano i clienti, si lavora in team. In dieci ci sono più capitali, che servono anche per le pulizie della sede. Dieci SEO messi insieme che investono 2.000 euro l’uno, fanno un capitale di 20.000 euro che serve per lo start-up della nuova iniziativa. Poi, potrebbe bastare mettersi insieme a studiare le mosse da fare scrivendo un business plan, valutare la coerenza economico-finanziaria del progetto e partire per lidi lontani.

I dati di mercato ci sono. La speranza anche.
Mancate solo voi.

Autore: Dott. Giancarlo Barbarisi di Business Plan Vincente (per il TagliaBlog).

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27 Comments

  1. garethjax 25 Novembre 2009
  2. Andrea 25 Novembre 2009
  3. Businessplan_it 25 Novembre 2009
  4. Gae79 25 Novembre 2009
  5. Animapixel 25 Novembre 2009
  6. Mattia Moretto 25 Novembre 2009
  7. raben 25 Novembre 2009
  8. Carlotta 25 Novembre 2009
  9. Lorenzo 25 Novembre 2009
  10. Fabrizio Napoli 25 Novembre 2009
  11. Alessandro Giagnoli 25 Novembre 2009
  12. yesWEBcan 25 Novembre 2009
  13. Alessandro 25 Novembre 2009
  14. Enzo 25 Novembre 2009
  15. Art 25 Novembre 2009
  16. Leonardo Antonicelli 25 Novembre 2009
  17. Filippo A. 25 Novembre 2009
  18. Giancarlo 25 Novembre 2009
  19. garethjax 25 Novembre 2009
  20. Mauro Meli 25 Novembre 2009
  21. lazzaro 26 Novembre 2009
  22. Giancarlo 26 Novembre 2009
  23. Mauro Meli 26 Novembre 2009
  24. Giancarlo 27 Novembre 2009
  25. ESPERTO SEO 3 Dicembre 2009
  26. Leonardo Antonicelli 3 Dicembre 2009
  27. alfredo 13 Febbraio 2011

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