18dic
Postato da Tagliaerbe
Tag: advertising

Ormai da diversi anni, da un lato mi interrogo su come sarà il futuro della pubblicità online, e dall’altro lotto per evitare che i contenuti diventino marchette, terreno di conquista di 2 termini oggi passati un po’ di moda, ovvero buzz marketing e infiltration marketing.
Ma se le cose andranno come illustri studi e analisti prevedono, i “nudi e puri” del web saranno costretti da qui a poco a capitolare: pare infatti che il 2013 sarà l’anno della Native Advertising, la “pubblicità nativa”, un nuovo termine che è emerso con prepotenza negli ultimi mesi e che sta semplicemente ad indicare l’ingresso della pubblicità all’interno dei contenuti (prodotti dagli editori).
Sulla definizione stessa di Native Advertising non tutti sono perfettamente concordi.
Dan Greenberg, CEO di Sharethrough e uno dei primi ad utilizzare questo termine, la descrive come “un tipo di media integrato nel design e dove gli annunci pubblicitari sono parte del contenuto”, mentre per Ian Schafer, CEO di Deep Focus, è semplicemente una nuova versione degli advertorial: “è pubblicità che sfrutta una piattaforma nel modo in cui questa viene usata dagli utenti”.
La Native Advertising spazia insomma dai pubbliredazionali inseriti in un sito web, alle Sponsored Stories e ai Promoted Tweet presenti all’interno dei 2 più noti social network, fino alle photogallery o ai video nei quali il brand fa capolino.
In altre parole è pubblicità integrata a contenuti di alta qualità, che NON risulta (o meglio, non dovrebbe risultare) interruttiva agli occhi dell’utente.
Perché si è arrivati a questo punto? Perché la “cecità da banner” colpisce quasi il 100% degli internauti, la percentuale di click sugli annunci pubblicitari è scesa a livelli vicini allo zero, e i brand hanno sempre e comunque bisogno di diffondere il loro messaggio online, portare utenti sui loro siti ed aumentare le conversioni.
E quindi, anziché promuoversi in punti dello schermo dove ormai nessuno guarda più, lo fanno all’interno dello stream dei contenuti, dove inevitabilmente lo sguardo si deve posare.
Secondo questa ricerca di Solve Media:
• verranno investiti 3 miliardi di dollari in Native Advertising entro il 2016
• il 70% dei creativi afferma che la UX è la cosa più importante nella Native Advertising
• il 14,3% degli editori afferma che sta prendendo in considerazione la Native Advertising
• il 57% degli investitori privati afferma di essere propenso ad investire in Native Advertising
• il 59% dei media buyer afferma che questo genere di annunci pubblicitari è “molto importante”
• il 49% dei media buyer afferma che di voler far uso di Native Advertising
Tutte rose e fiori, dunque? Non proprio.
Da un’altra ricerca, questa volta di MediaBrix, emerge infatti che in moltissimi casi i consumatori percepiscono la Native Advertising come qualcosa di ingannevole, fuorviante:

dal 45% dei tweet promozionali all’86% dei video sponsorizzati, passando dalle storie sponsorizzate di Facebook (57%) agli advertorial (66%), la percentuale di utenti che sente una gran puzza di bruciato quando si mischia contenuto a pubblicità è enorme.
La maggior parte degli intervistati definisce infatti come “misleading” queste forme di pubblicità, e questo può avere un impatto negativo sulla percezione che si ha del brand.
Per non parlare della percezione nei confronti dell’editore: se, per esempio, iniziassi a pubblicare marchette su questo blog, cosa accadrebbe del mio brand? O saresti disposto ad accettare qualche contenuto “sponsored by”, se togliessi i banner di mezzo?
18 Risposte
delizard
dicembre 18th, 2012 at 08:48
1Buongiorno,
…praticamente stiamo parlando di qualcosa che assomiglia alla famosa “pubblicità occulta” presente in moltissimi film fino a poco tempo fa?
Personalmente parlando io odio letteralmente la pubblicità quanto più invasiva e “prepotente” è rispetto ai contenuti che desidero leggere/fruire: in questo senso odio in massimo grado i video che si aprono a tutto schermo e cose simili (il portale libero.it ne fa largo uso…). Per quanto mi riguarda, più utilizzi una forma di advertising aggressiva e disturbante nei miei confronti (me come utente internet intendo), e più non acquisterò mai il tuo prodotto/servizio… Allo stesso tempo comprendo ovviamente che la pubblicità si fa per essere visti… e seconde me il tutto andrebbe giocato su due piani complementari: “a priori” con un prodotto/servizio veramente di qualità; nella “fattualità” della campagna con una presenza non invasiva, discreta ma allo stesso tempo capace di attrarre l’attenzione dell’utente interessato…
Grazie,
un saluto e buona giornata!
Enrico
dicembre 18th, 2012 at 09:36
2“il 70% dei creativi afferma che la UX è la cosa più importante nella Native Advertising”, ma non sono forte con gli acronimi… UX sta per?
Vincenzo
dicembre 18th, 2012 at 09:40
3La pubblicità di questo tipo esiste già da tempo, non è affatto una novità: pensiamo ai tantissimi programmi di affiliazione che vengono promossi, appunto, mediante articoli che simulano le recensioni di un prodotto e/o un servizio invitando l’utente a provarlo. Funziona questa pubblicità? Sì, funziona eccome perchè io la faccio proprio in questo modo, l’importante è che sia in tema. Se io ho un blog che parla di web marketing non posso fare un post che parla di vacanze per vendere un viaggio, per dire. I banner ormani non convertono quasi per nulla, quindi dobbiamo trovare altre forme di monetizzazione.
Tagliaerbe
dicembre 18th, 2012 at 09:55
4@Enrico: UX = User Experience
Giovanni Sacheli
dicembre 18th, 2012 at 13:18
5Ben vengano nuove forme di pubblicità finchè ci permetterano di utilizzare gratuitamente molti strumenti utili! Dubito che facebook avrebbe ottenuto questa diffusione con un canone annuale e senza advertising, quindi personalmente non ho nessun problema di convivenza con banner se usati con criterio
Francesco
dicembre 18th, 2012 at 14:57
6Quindi Google non ha futuro ma Facebook sì?
Vincenzo
dicembre 18th, 2012 at 15:00
7Francesco per come la vedo io Google ha futuro, Facebook boh…chi ha provato a fare una campagna su Facebook ha capito una cosa, credo: non coverte! Bisogna creare engagement, fare un sacco di lavoro, ecc..con google porti al cliente sulla pagina, vendi, fatturi e finisce li.
Alessio
dicembre 18th, 2012 at 18:22
8non mi è chiaro questo concetto, o almeno, se è come ho capito io , Adsense è native advertising, anzi lo è sempre stato in pratica, cioè, non vedo quale sia la novità, Adsense ha strabiliato l’adv tradizionale perché garantisce CTR molto più alti, per il discorso FB vs Google concordo con Vincenzo, bisogna capire solo quanto c’è di vero dietro l’uguaglianza Google sta all’utilità come Facebook sta all’intrattenimento (o forse fancazzismo sarebbe più appropriato
)
fabio
dicembre 19th, 2012 at 01:19
9La riscoperta dei forum come veicolo pubblicitario più efficace?
Alessandro
dicembre 19th, 2012 at 09:37
10Native advertising o non native advertising, la notizia positiva è che l’ago della bilancia si sta spostando verso chi sa creare contenuti di qualità.
Angelo
dicembre 19th, 2012 at 15:14
11Sono d’accordo con Alessio, che l’adsense è native advertising , perchè ritroviamo gli annunci pubblicitari in mezzo ad un articolo e molte volte riescono a centrare la pertinenza , cercando di aiutare l’user ad approfondire l’argomento … Il discorso Fb vs Google è un discorso inutile, ragazzi dipende da che sito sponsorizzare , di che genere. Un sito di news lo sponsorizzate meglio con facebook , un sito di prodotti è meglio con google… Tutto dipende … Poi ricordatevi che con facebook puoi targhettizzare il pubblico che ti serve e questa è una grandissima cosa …
Tagliaerbe
dicembre 19th, 2012 at 15:36
12@Alessio e @Angelo: Native Advertising è un passo oltre Google AdSense. AdSense è un annuncio pubblicitario contestuale, ma che riesci comunque a distinguere dal contenuto. La “pubblicità nativa”, invece, è una cosa che si mischia col contenuto stesso, al punto che potresti non riuscire a distinguerla…
andres
dicembre 19th, 2012 at 16:50
13Purtroppo sono anni e anni che si cerca una soluzione alternativa alla pubblicità online, e francamente rimango dell’idea che il buon vecchio banner sia ancora la soluzione migliore.
Questa roba, come altre forme pubblicitarie graficamente invasive (che fanno più clic solo perché l’utente infastidito vuole chiuderle, quando non lascia direttamente la pagina) che sono diffuse sui siti di un certo rilievo, sembra l’ennesima e abbastanza odiosa solita minestra riscaldata.
La soluzione economica per l’editoria online – se c’è, e non è AFFATTO detto che ci sia – dovrà essere qualcosa di completamente diverso da quanto abbiamo oggi, e non tanto sul piano tecnico, ma su quello dell’approccio.
Angelo
dicembre 19th, 2012 at 18:25
14@tagliaerbe: Certo , però possiamo dire che è un primo esempio di native advertising …
Sponsored Stories | Il Giornalaio
marzo 5th, 2013 at 08:16
15[...] tempo le sponsored stories, parte di quello che viene chiamato native advertising, hanno preso piede nei siti d’informazione con HuffPost US ad introdurlo già nel 2010 ed i [...]
Native Advertising
aprile 19th, 2013 at 17:39
16Qui c’è un articolo che parla della matrice della pubblicità nativa. Molto interessante ed utile. Aiuta a comprendere le differenze tra chi produce il contenuto e chi lo pubblica.
Native Advertising e Active View | 4Marketing.biz
maggio 27th, 2013 at 10:30
17[...] nell’efficacia del messaggio, è esattamente quanto viene oggi definito come “Native Advertising“. Molti siti specializzati come Mashable si sono dilettati nel definire il Native [...]
Google in guerra contro i ‘redazionali’ non dichiarati adeguatamente | LSDI
giugno 6th, 2013 at 22:34
18[...] fatti passare per contenuti autonomi (in gergo ormai viene definito ”Native Advertising”) quella lanciata da Google, per bocca di Matt Cutts, uno dei boss dell’ azienda, [...]
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